«Dialogo, non armi. Restare accanto ai cristiani d’Oriente»

«Dialogo, non armi. Restare accanto ai cristiani d’Oriente»

Il nuovo presidente della Fondazione Giovanni Paolo II Damiano Bettoni rilancia l’impegno accanto alle comunità più fragili: «Sono necessari ponti, non sopraffazione. Non possiamo smettere di sperare»

La Fondazione Giovanni Paolo II, da sempre attiva in Medio Oriente con progetti di cooperazione e sviluppo, ha partecipato nei giorni scorsi all’assemblea generale della Roaco (Riunione delle opere per l’aiuto alle chiese orientali), in Vaticano, guidata dal cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le chiese orientali. Un incontro che si è concluso con l’udienza privata da papa Leone XIV. Per la Fondazione che ha sede in Toscana erano presenti Damiano Bettoni – neopresidente dallo scorso 6 luglio – il consigliere con delega all’accoglienza e progettazione Pino Gulia, e il responsabile dell’area progetti Luca Rossi. Abbiamo intervistato Bettoni per raccogliere le sue impressioni.

Presidente, cosa ha significato per voi ascoltare le parole di papa Leone XIV in quell’occasione?
«È stato un momento di grande intensità. Il Papa ha iniziato con un saluto semplice, ma significativo, con cui ha esordito anche il suo cammino da Pontefice: “La pace sia con voi”. Poi, nel suo discorso, ha lanciato un interrogativo che ci ha toccato profondamente: “Da cristiani, oltre a sdegnarci, ad alzare la voce e a rimboccarci le maniche per essere costruttori di pace, che cosa possiamo fare?” È una domanda che ci poniamo tutti i giorni nel nostro operato e nelle realtà in cui siamo presenti con i progetti di cooperazione internazionale in 11 Paesi. La sua risposta è stata chiara: continuare ad aiutare i cristiani d’Oriente, minoranza in quelle terre, che scelgono di restare come testimoni della fede. È con loro che la nostra Fondazione cammina fin dal primo giorno e continua a camminare».

Il Papa ha parlato della Roaco come di “ossigeno” per le Chiese orientali. In che modo cercate di esserlo anche voi?
«Con progetti concreti, ma anche con una presenza che non sia solo assistenziale. Il nostro obiettivo è far sentire a queste comunità che non sono sole. Diamo supporto immediato e seminiamo per far crescere frutti propri. Formazione a tutte le età, supporto all’imprenditorialità, accoglienza, integrazione sono le chiavi per l’indipendenza di cui queste persone hanno bisogno per poter scrivere la propria storia e costruire il proprio futuro».

Il Papa ha denunciato una “veemenza diabolica” della violenza contro i cristiani. Cosa vedete voi sul campo?
«Una sofferenza immensa. Dal Medio Oriente all’Ucraina, la logica della guerra continua a mietere vittime innocenti. Vediamo l’orrore della guerra: dai rapiti di Hamas alle famiglie sterminate a Gaza dalle bombe, dalla fame e dalla sete, vittime di un gioco politico-militare che non considera sacro il valore della persona umana. Dietro ogni singola vittima c’è una storia unica, una vita spezzata. È la follia di chi decide che migliaia di persone possono morire in Ucraina o in Russia per l’affermazione del potere. Come ci ha raccontato il nostro referente in Terra Santa, padre Ibrahim Faltas, chi muore e chi soffre sono civili, persone innocenti che hanno diritto alla vita e offrono il loro servizio e la loro dedizione agli altri. Attraverso strumenti di morte – dice padre Ibrahim – “la violenza compie viaggi di vendetta in andata e ritorno per dare compimento all’odio e alla fame di potere”. Anche il vescovo Stefano Manetti, di Fiesole, recentemente rientrato da quelle terre, ci ha raccontato di un “odio che si taglia a fette” come mai sentito prima. Il Papa ci richiama a non restare indifferenti, ma a scegliere la via del bene che risponde al male».

Il Papa ha parlato anche di fake news sulla guerra. Come eliminarle?
«La pace è un processo educativo prima ancora che politico. Papa Leone ha denunciato la falsa propaganda del riarmo e ha parlato di mainstream pericolosi, che ci fanno credere che l’unica strada sia il riarmo e che la legge del più forte debba vincere, anche nella nostra vita quotidiana. Occorre rifuggire da questo modo di pensare, approfondire, studiare, continuare a essere lievito anche delle coscienze, promuovendo il dialogo, la convivenza, il rispetto reciproco».

Qual è la voce che vi è arrivata più forte dalle Chiese orientali durante l’assemblea?
«Un grido chiaro: dialogo, non armi; ponti, non sopraffazione. Dalla Siria all’Armenia, tutti ci hanno chiesto di non lasciarli soli, di non permettere che la violenza continui a soffocare il futuro. È un appello che arriva forte ed entra nel cuore».

Il Pontefice ha invitato a riscoprire la forza della preghiera. Ci credete?
«Continuare a credere, nonostante tutto, al valore salvifico della preghiera può apparire come una sorta di inutile rito, forse a volte anche nella comunità cristiana. Può sembrare inutile, ma – come dice il Papa – non lo è. Bisogna con forza ribadire e rilanciare il tema della preghiera personale e comune per la pace».

In un tempo segnato da pessimismo, il cardinale Pizzaballa ha parlato di speranza.
«Come diceva Giorgio La Pira: spes contra spem. Non possiamo permetterci di smettere di sperare. “La comunità cristiana – ha detto il cardinale Pizzaballa – è piccola, ma essenziale. Siamo una minoranza, sì, ma una minoranza viva. Restiamo, come piccole sentinelle, con la passione di sempre”. La fede ci chiede di essere testimoni di una speranza possibile, anche oggi. In questa fase drammatica, dobbiamo avere fede che la luce si faccia strada nella coscienza dei potenti».

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