Mons. Rodolfo Cetoloni e il suo impegno per la Terra Santa

Mons. Rodolfo Cetoloni e il suo impegno per la Terra Santa

16 Gennaio 2020

Il 26 giugno 1973 Mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo della diocesi di Grosseto (Italia), veniva ordinato sacerdote a Gerusalemme. Formato come frate minore francescano, il vescovo era arrivato nella Città Santa due anni prima per completare gli studi di teologia. Da lì è partito il suo forte legame con la Terra Santa, che va avanti ancora oggi da quasi cinquant’anni.  È stato guida per pellegrini, ha promosso pellegrinaggi nella sua diocesi e iniziative di gemellaggio con la Terra Santa, fino a entrare nel consiglio di amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II, che porta vanti progetti in Medio Oriente. Per il terzo anno consecutivo è stato scelto in rappresentanza della Conferenza Episcopale Italiana per partecipare alla visita dell’Holy Land Coordination, la delegazione di vescovi in Terra Santa dall’11 al 16 gennaio 2020. In questa occasione ha voluto raccontare le origini del suo impegno per la Terra di Gesù.

Come è iniziato il suo legame con la Terra Santa?

La prima volta che arrivai in Terra Santa fu nel 1971. Decisi di partire per curiosità e voglia di girare il mondo. Un mio compagno di noviziato, in formazione in Terra Santa, mi scriveva delle lettere e questo fece sorgere in me il desiderio di partire come lui. A Gerusalemme vivevo nel convento della Custodia di Terra Santa a San Salvatore e studiavo nel convento della Flagellazione. Questo mondo così complesso che, nonostante i contrasti, conviveva, mi ha fatto intuire – e l’ho capito solo dopo – che il mondo non doveva essere unico nelle sue espressioni. Si può stare insieme, ci si può conoscere. Così sono venuto a contatto con il mondo ebraico e il mondo arabo e le diverse confessioni cristiane.

Come ha vissuto il suo periodo di formazione nella Custodia di Terra Santa?

L’internazionalità della Custodia di Terra Santa fu un grande cambiamento per me. Eravamo circa venticinque studenti da diversi paesi. Fu un periodo decisivo anche per la mia scelta del sacerdozio, sono stato consacrato il 26 giugno 1973. Dopo l’ordinazione, decisi di tornare in Italia, ma un mese dopo ricevetti una telefonata da Padre Michele Piccirillo. Mi chiese di guidare in Terra Santa un gruppo di Milano e da lì ho iniziato con i pellegrinaggi. Credo che siano fondamentali, perché permettono di far capire che cos’è la Terra Santa.  I pellegrinaggi mi hanno fatto innamorare molto di più della Terra Santa.

Qual è la sua ultima esperienza di pellegrinaggio?

È stato il primo pellegrinaggio a cui ho partecipato non come guida, ed è stato un pellegrinaggio con i giovani della mia diocesi dal 29 dicembre al 5 gennaio 2020. A guidarlo è stato Fr. Matteo Brena, Commissario di Terra Santa della Toscana, a cui ho parlato io della Terra Santa per la prima volta. Ho partecipato con molta soddisfazione. I ragazzi erano trentasette e ho visto in loro l’attenzione continua e la prontezza a recepire il messaggio.

Come ha visto cambiare i pellegrinaggi in questi quarant’anni?

Prima di tutto il numero dei pellegrini è aumentato e sono aumentati coloro che partecipano ai corsi per guide. Il pellegrinaggio entra spesso all’interno di un programma pastorale e c’è anche un ritorno di interessi biblici, di comunità. Un altro cambiamento che ho visto è il legame con le pietre vive, con i cristiani locali.
Io personalmente ho vissuto in maniera particolare la Seconda Intifada: le diocesi della Toscana erano le uniche a venire in pellegrinaggio. Ho portato avanti, infatti, nel 2002 e 2003 una campagna chiamata “Tutti là siamo nati”. Dopo l’occupazione della Basilica, parlai alla CEI e così la diocesi dove risiedevo come frate (allora era Fiesole), fu incaricata di creare occasioni di pellegrinaggi e di legami con la Terra Santa tra gruppi, scuole, parrocchie locali. Viaggiavo molto spesso e se una diocesi italiana fosse stata disponibile a un gemelaggio, avremmo cercato le realtà con cui creare legami. Si trattava di incontri nelle comunità, vita nelle famiglie, supporto in qualche necessità, adozioni a distanza. Le iniziative andavano da Haifa e Betlemme, fino a Gerico e alle parrocchie in alta Galilea.
La Chiesa italiana è una Chiesa sorella e madre della Terra Santa.

In questi giorni lei è in Terra Santa per la Holy Land Coordination.

Sì, rappresento la CEI. È la terza volta che partecipo. L’aspetto che approfondiamo quest’anno è legato all’educazione con visite a Gaza, Betania, Ramallah. Mi sembra molto interessante, anche alla luce del discorso del 9 gennaio del Papa al corpo diplomatico, in cui insiste molto sul rompere la coltre di silenzio su alcune realtà come la Siria. Bisogna seminare speranza con realismo e con coraggio e che gli adulti diano un messaggio ai giovani per il dialogo e la solidarietà. Il contatto della Custodia di Terra Santa e del Patriarcato Latino in questo ambito è importante, perché in questo torpore di sfiducia bisogna seminare speranza nei giovani.

Cosa può fare la Chiesa per la gente di Terra Santa?

La Chiesa fa già tanto. È importante però non beneficare soltanto, ma provocare una visione critica delle situazioni, un impegno delle persone a formarsi bene. Il Patriarca Emerito Michel Sabbah parlava della vocazione della gente di qui di rimanere in questa terra, per essere testimoni. Hanno bisogno di formazione e di un cristianesimo che non sia “etnico”, di appartenenza, ma un cristianesimo di fede.

Qual è il luogo per lei più caro della Terra Santa?

Tra i santuari, la basilica dell’Annunciazione a Nazaret. Tra tutto il resto, il deserto.
Il deserto infatti è il luogo fondamentale della formazione dell’esperienza di fede. Il silenzio, l’essere in contatto con Dio senza difese, la solitudine ma allo stesso tempo la necessità di trovare qualcuno con cui camminare per evitare di perdersi. Anche ai pellegrini cerco sempre di dare tre quarti d’ora di silenzio sparsi per pregare nel deserto ed è importante per loro.
Nazaret, invece, è per mia esperienza personale il luogo in cui si ha paura dire di sì e poi si dice sì in una vita normalissima, fatta di cose inutili di tutti i giorni per trent’anni. Il Signore ha scelto questo.
Quando ho saputo della mia nomina a vescovo, stavo per partire per un pellegrinaggio per la Terra Santa e pensavo a un motto da scegliere come vescovo. Un giorno mi trovavo a Nazaret e lessi sotto l’altare della chiesa la scritta Verbum Caro Hic Factum Est. Decisi che il mio motto sarebbe stato Verbum Caro: il figlio di Dio ha scelto la carne e anche una carne “malconcia” come la mia.

Beatrice Guarrera

Mons. Rodolfo Cetoloni and his commitment to the Holy Land

January 16, 2020

Mons. Rodolfo Cetoloni, Bishop of the Diocese of Grosseto (Italy), was ordained a priest in Jerusalem on 26 June 1973. With a formation as a Franciscan friar minor, the bishop had arrived in the Holy City two years earlier to complete his studies in theology. This was the start of his very strong bond with the Holy Land, which still continues today, almost fifty years later. He has been a guide for pilgrims, has encouraged pilgrimages in his diocese and twinning initiatives with the Holy Land, even joining the Board of Directors of the John Paul II Foundation, which carries on projects in the Middle East. For the third year running, he has been chosen to represent the Italian Bishops’ Conference to take part in the visit by the Holy Land Coordination, the delegation of European bishops in the Holy Land from 11 to 16th January 2020. On this occasion, he wanted to tell us how his commitment for the Land of Jesus started.

How did your bond with the Holy Land begin?

I arrived in the Holy Land for the first time in 1971. I decided to go out of curiosity and a desire to travel around the world. One of my companions of the novitiate, in formation in the Holy Land, wrote to me and this made me want to leave like him. In Jerusalem I lived in the Convent of the Custody of the Holy Land at St Saviour and I studied in the Convent of the Flagellation. This very complex world which, despite the contrasts, coexisted, made me realize – and I understood it only later on – that the world should not be a single one in its expressions. People can live together and get to know one another. This way I came into contact with the Jewish world and the Arab world and the different Christian confessions.

What was your period of formation at the Custody of the Holy Land like?

The international nature of the Custody of the Holy Land was a great change for me. There were about twenty-five of us, all students from different countries. It was also a decisive period for my choice of priesthood, I was consecrated on 26 June 1973. After the ordination, I decided to return to Italy, but one month later, I received a phone call from Father Michele Piccirillo. He asked me to guide a group from Milan in the Holy Land and that’s when I started with the pilgrimages. I believe they are fundamental, because they let us understand what the Holy Land is. Thanks to the pilgrimages, I fell even more in love with the Holy Land.

What was your last experience of a pilgrimage?

It was my first pilgrimage not as a guide, and it was a pilgrimage with the young people from my diocese from 29 December to 5 January 2020. It was led by Fr. Matteo Brena, Commissioner of the Holy Land of Tuscany, to whom I had spoken of the Holy Land for the first time. I took part with great satisfaction. There were thirty-seven youngsters and I saw in them continuous attention and the readiness to accept the message.

How have you seen pilgrimages change in the past forty years?

First of all the number of pilgrims has increased and so has the number of people who take the courses for guides. The pilgrimage is often part of a pastoral programme and there is also a return of interest for the Bible, for communities. Another change that I have seen is the bond with the living stones, with the local Christians.
I personally experienced the Second Intifadah in a very particular way: we, the dioceses of Tuscany, were the only ones to come as pilgrims. In 2002 and 2003, I carried on a campaign called “We were all born there.” After the occupation of the Basilica I spoke to the Italian Bishops’ Conference and the diocese where I lived as a friar (Fiesole) was appointed to create occasions for pilgrimages and links with the Holy Land between groups, schools and local parishes. I travelled often and if a diocese of Italy were willing, we looked for ways to create bonds. These were meetings in the communities, life in the families, support for some needs, from churches in Haifa to renovate to distance adoptions. The initiatives went from Haifa to Bethlehem, to Jericho and parishes in upper Galilee.
The Italian Church is a sister and mother Church of the Holy Land.

You are in the Holy Land at the moment for the Holy Land Coordination.

Yes, I represent the Italian Bishops’ Conference. It is the third time that I have taken part. The aspect that we are looking into this year is linked to education with visits to Gaza, Bethany and Ramallah. It seems very interesting also in the light of the speech on 9 January by the Pope to the diplomatic corps, in which he insisted a great deal on breaking down the curtain of silence on some situations such as Syria. We have to sow hope with realism and courage and the adults have to give a message to young people for dialogue and solidarity. The contact of the Custody of the Holy Land and the Latin Patriarchate in this context is important because in this lethargy of mistrust, we have to sow hope in young people.

What can the Church do for the people of the Holy Land?

The Church already does a lot. It is important, though, not only to do good, but provoke a critical vision of the situations, a commitment of people to be well formed. The Patriarch Emeritus Michel Sabbah spoke of the vocation of the people here, to stay in this land, to be witnesses. They need formation and a Christianity that is not “ethnic”, of belonging, but a Christianity of faith.

Which place in the Holy Land is dearest to you?

Of the shrines, the Basilica of the Annunciation in Nazareth. Of all the rest, the desert.
The desert is the fundamental place where the experience of the faith is formed. Silence, being in contact with God without defences, the solitude but at the same time the need to find someone with whom to walk to avoid getting lost. I always try to give the pilgrims three quarters of an hour of silence to pray, scattered in the desert, and it is important for them.
Nazareth, on the other hand, is from my personal experience the place where you are frightened to say yes and then you say yes in a very normal life, made up of useless everyday things for thirty years. This is what the Lord has chosen.
When I learned that I had been appointed bishop, I was about to leave on a pilgrimage for the Holy Land and I was thinking of a motto to choose as bishop. One day I was in Nazareth and under the altar of the church I read the words Verbum Caro Hic Factus Est. I decided that my motto would be Verbum Caro: the son of God chose flesh and even flesh “in bad shape” like mine.

Beatrice Guarrera

Mons. Rodolfo Cetoloni y su compromiso por Tierra Santa

16 Enero 2020

El 26 de junio de 1973, Mons. Rodolfo Cetoloni, obispo de la diócesis de Grosseto (Italia), fue ordenado sacerdote en Jerusalén. Educado como fraile menor franciscano, el obispo había llegado a la Ciudad Santa dos años antes para completar sus estudios de teología. A partir de ahí nació su fuerte vínculo con la Tierra Santa, que aún hoy permanece desde hace casi cuarenta años. Fue guía de peregrinos, promovió peregrinaciones en su diócesis e iniciativas de hermanamiento con Tierra Santa, hasta incorporarse al consejo de administración de la Fundación Juan Pablo II, que lleva a cabo proyectos en Oriente Medio. Por tercer año consecutivo ha sido elegido como representante de la Conferencia Episcopal italiana para participar en la visita del Holy Land Coordination, la delegación de obispos europeos en Tierra Santa, del 11 al 16 de enero de 2020. Aprovechando esta ocasión, nos ha contado los orígenes de su compromiso por la tierra de Jesús.

¿Cómo comenzó su relación con Tierra Santa?

La primera vez que llegué a Tierra Santa fue en 1971. Decidí partir por curiosidad y ganas de recorrer el mundo. Un compañero de noviciado, que se estaba formando en Tierra Santa, me escribía cartas y esto despertó en mí el deseo de ir, como él. En Jerusalén viví en el convento de la Custodia en San Salvador y estudié en el convento de la Flagelación. Este mundo complejo que, a pesar de los contrastes, convivía, me hizo intuir – y solo después lo entendí – que el mundo no debería ser único en sus expresiones. Podemos estar juntos, nos podemos conocer. Así entré en contacto con el mundo judío y el mundo árabe y con las distintas confesiones cristianas.

¿Cómo vivió su periodo de formación en la Custodia de Tierra Santa?

La internacionalidad de la Custodia de Tierra Santa fue un gran cambio para mí. Éramos unos veinticinco estudiantes de varios países. Fue un periodo decisivo también para mi elección del sacerdocio, fui consagrado el 26 de junio de 1973. Después de la ordenación, decidí volver a Italia, pero un mes después recibí una llamada del padre Michele Piccirillo. Me pidió que guiara en Tierra Santa a un grupo de Milán y así empecé con las peregrinaciones. Creo que son fundamentales, porque permiten entender qué es la Tierra Santa. Las peregrinaciones me han hecho enamorarme mucho más de Tierra Santa.

¿Cuál es su última experiencia de peregrinación?

Ha sido la primera peregrinación en la que he participado sin ser el guía y fue la peregrinación con los jóvenes de mi diócesis del 29 de diciembre al 5 de enero de 2020. El guía era fray Matteo Brenna, comisario de Tierra Santa de la Toscana, al que yo hablé de Tierra Santa por primera vez. He participado con gran satisfacción. Eran treinta y siete jóvenes y he visto en ellos su continua atención y su disposición a recibir el mensaje.

¿Cómo ha visto cambiar las peregrinaciones en estos cuarenta años?

En primer lugar, el número de peregrinaciones ha aumentado y han aumentado los que asisten a los cursos para ser guía. La peregrinación a menudo se incluye dentro de un programa pastoral y también hay un retorno de los intereses bíblicos, de comunidad. Otro cambio que he observado es la relación con las piedras vivas, con los cristianos locales.
Personalmente, viví de forma especial la Segunda Intifada: las diócesis de Toscana eran las únicas que venían en peregrinación. De hecho, de 2002 a 2003 llevé a cabo una campaña titulada “Todos hemos nacido allí”. Después de la ocupación de la basílica hablé con la CEI y, así, la diócesis donde vivía como fraile (entonces era Fiesole), fue encargada de crear oportunidades de peregrinación y de relación con Tierra Santa entre grupos, escuelas y parroquias locales. Viajaba con mucha frecuencia y si una diócesis estaba disponible, buscábamos realidades con las que crear vínculos. Se trataba de encuentros con las comunidades, de la vida de las familias, apoyo a algunas necesidades, desde iglesias para restaurar en Haifa, hasta adopciones a distancia. Las iniciativas iban desde Haifa y Belén, hasta Jericó y las parroquias de la Alta Galilea.
La Iglesia italiana es una iglesia hermana y madre de la de Tierra Santa.

En estos días, usted está en Tierra Santa por la Holy Land Coordination

Sí, represento a la CEI (Conferencia Episcopal Italiana). Es la tercera vez que participo. El aspecto en que profundizamos este año está relacionado con la educación, con visitas a Gaza, Betania y Ramala. Me parece muy interesante, también a la luz del discurso del Papa el 9 de enero al cuerpo diplomático, en el que insiste mucho en romper el manto de silencio sobre algunas realidades como la de Siria. Hace falta sembrar esperanza con realismo y valentía, y que los adultos den un mensaje a los jóvenes para el diálogo y la solidaridad. El contacto entre la Custodia de Tierra Santa y el Patriarcado Latino en este ámbito es importante porque, en este letargo de desconfianza, hay que sembrar esperanza en los jóvenes.

¿Qué puede hacer la Iglesia por la población de Tierra Santa?

La Iglesia ya está haciendo mucho. Sin embargo, es importante no solo hacer beneficencia, sino provocar una visión crítica de las situaciones, un compromiso de las personas por formarse bien. El Patriarca emérito Michel Sabbah hablaba de la vocación de la gente de aquí, de permanecer en esta tierra, para dar testimonio. Necesitan formación y un cristianismo que no sea “étnico”, de pertenencia, sino un cristianismo de fe.

¿Cuál es el lugar que más quiere de Tierra Santa?

Entre los santuarios, la basílica de la Anunciación en Nazaret. En el resto, el desierto.
El desierto, de hecho, es el lugar fundamental para la formación de la experiencia de fe. El silencio, estar en contacto con Dios sin defensas, la soledad pero, al mismo tiempo la necesidad de encontrar a alguien con quien caminar para evitar perderse. Incluso intento siempre dar a los peregrinos tres cuartos de hora de silencio solos, para orar en el desierto, y es importante para ellos.
Nazaret, en cambio, es desde mi experiencia personal el lugar donde se tiene miedo a decir sí, y después se dice sí en una vida muy normal, hecha de cosas inútiles de todos los días durante treinta años. Esto es lo que eligió el Señor.
Cuando me enteré de mi nombramiento como obispo, estaba a punto de partir en peregrinación a Tierra Santa y pensé en elegir un lema como obispo. Un día me encontraba en Nazaret y leí bajo el altar de la iglesia la inscripción Verbum Caro Hic Factum Est. Decidí que mi lema sería Verbum Caro: el hijo de Dios escogió la carne y también una carne “maltrecha” como la mía.

Beatrice Guarrera

Mgr Rodolfo Cetoloni et son engagement pour la Terre Sainte

16 janvier 2020

Le 26 juin 1973, Mgr Rodolfo Cetoloni, évêque du diocèse de Grosseto (Italie), fut ordonné prêtre à Jérusalem. Formé comme frère mineur, l’évêque arriva dans la Ville Sainte deux ans auparavant pour achever ses études de théologie. C’est là qu’est né son fort lien avec la Terre Sainte qui dure depuis maintenant presque 40 ans. Il a été guide pour les pèlerins, organisant des pèlerinages dans son diocèse et des initiatives de jumelage avec la Terre Sainte jusqu’à rejoindre le conseil d’administration de la Fondation Jean-Paul II qui réalise des projets au Moyen-Orient. Pour la troisième année consécutive, il a été choisi comme représentant de la Conférence Episcopale Italienne (CEI) pour participer à la visite de la Coordination Terre Sainte, la délégation des évêques européens en Terre Sainte, du 11 au 16 janvier 2020. A cette occasion, il a voulu raconter l’origine de son engagement pour la Terre de Jésus.

Comment est né votre lien avec la Terre Sainte ?

La première fois que je suis venu en Terre Sainte, c’était en 1971. Je décidai de partir par curiosité et avec l’envie de voyager à travers le monde. Un compagnon de noviciat, en formation en Terre Sainte, m’écrivait des lettres et cela fit surgir en moi le désir de partir comme lui. A Jérusalem, je vivais au couvent de la Custodie de Terre Sainte, à Saint Sauveur, et j’étudiais au couvent de la Flagellation. Ce monde si complexe qui, malgré les contrastes, arrivait à cohabiter m’a donné l’intuition – et je l’ai compris seulement par la suite – que le monde ne devait pas être unique dans ses expressions. On peut vivre ensemble, et se connaître. Je suis ainsi entré en contact avec le monde juif, le monde arabe et les différentes confessions chrétiennes.

Comment avez-vous vécu votre période de formation à la Custodie de Terre Sainte ?

Le côté international de la Custodie de Terre Sainte a été un grand changement pour moi. Nous étions environ 25 étudiants originaires de divers pays. Ce fut une période décisive aussi pour mon choix du sacerdoce, j’ai été ordonné le 26 juin 1973. Après mon ordination, j’ai décidé de revenir en Italie, mais un mois plus tard, je recevais un appel téléphonique du père Michele Piccirillo qui me demandait de guider un groupe de Milan en Terre Sainte ; c’est comme cela que j’ai commencé avec les pèlerinages. Je pense qu’ils sont fondamentaux, car ils permettent de faire comprendre ce qu’est la Terre Sainte. Les pèlerinages m’ont encore plus attaché à la Terre Sainte.

Quelle est votre dernière expérience de pèlerinage ?

Le premier pèlerinage auquel j’ai participé sans en être guide : celui avec les jeunes de mon diocèse du 29 décembre au 5 janvier 2020. C’est Fr. Matteo Brenna, Commissaire de Terre Sainte de la Toscane ; et c’est moi qui lui avais parlé pour la première fois de la Terre Sainte, lorsque j’étais son provincial. J’y ai participé avec beaucoup de joie. Il y avait 37 jeunes et j’ai vu en eux une attention continue et une réelle disponibilité à recevoir le message.

Comment avez-vous vu les pèlerinages changer en 40 ans ?

Avant tout, le nombre des pèlerins a augmenté, ainsi que les participants aux cours de formation pour être guide. Le pèlerinage fait souvent partie d’un programme pastoral et il y a aussi un retour à l’intérêt biblique, à la communauté. Un autre changement que j’ai constaté est le lien avec les pierres vivantes, les chrétiens locaux.
Personnellement, j’ai vécu d’une manière particulière la Deuxième Intifada : les fidèles des diocèses de la Toscane étaient les seuls à venir comme pèlerins. En effet, en 2002-2003, j’ai mené une campagne appelée « Nous sommes tous nés là ». Après l’occupation de la Basilique, j’ai parlé à la CEI, et le diocèse où je résidais comme frère (c’était à l’époque Fiesole) fut ainsi chargé de créer des occasions de pèlerinages et des liens avec la Terre Sainte par l’intermédiaire des groupes, des écoles, des paroisses. Je voyageais très souvent et, si un diocèse était disponible, nous cherchions les réalités avec lesquelles tisser des liens. Il s’agissait de rencontres dans les communautés, dans la vie de familles, du soutien de certains besoins : des églises de Haïfa à restructurer aux adoptions à distance. Les initiatives allaient de Haïfa à Bethléem, jusqu’à Jéricho et aux paroisses de la haute Galilée.
L’Eglise italienne est une Eglise sœur et mère de la Terre Sainte.

Ces jours-ci, vous êtes en Terre Sainte pour la Coordination Terre Sainte…

Oui, je représente la CEI. C’est la troisième fois que j’y participe. L’aspect que nous abordons cette année est lié à l’éducation avec des visites à Gaza, Béthanie, Ramallah. Cela me semble très intéressant, à la lumière aussi du discours du Pape du 9 janvier au corps diplomatique, où il insiste beaucoup sur le fait de rompre la chape de silence sur certaines réalités comme celle de la Syrie. Il faut semer l’espoir avec réalisme et courage ; que les adultes transmettent aux jeunes un message pour le dialogue et la solidarité. Le contact de la Custodie de Terre Sainte et du Patriarcat latin dans ce domaine est important, car dans cette torpeur de méfiance, il faut semer l’espoir chez les jeunes.

Que peut faire l’Eglise pour les gens de Terre Sainte ?

L’Eglise fait déjà beaucoup. Mais il est important non seulement de faire du bien, mais aussi de provoquer une vision critique des situations, un engagement des personnes à bien se former. Le Patriarche émérite Michel Sabbah parlait de la vocation des gens d’ici à rester sur cette terre, pour être des témoins. Ils ont besoin de formation et d’un christianisme qui ne soit pas « ethnique », d’appartenance, mais un christianisme de foi.

Quel lieu en Terre Sainte vous est le plus cher ?

Parmi les sanctuaires, la basilique de l’Annonciation à Nazareth. Pour tout le reste, le désert. En effet, le désert est le lieu fondamental de la formation de l’expérience de foi. Le silence, l’être en contact avec Dieu sans défense, la solitude mais, en même temps, la nécessité de trouver quelqu’un avec qui marcher pour éviter de se perdre. J’essaie toujours de donner aux pèlerins trois-quarts d’heure de silence pour prier dans le désert et c’est important pour eux.
Nazareth en revanche est pour mon expérience personnelle le lieu où l’on a peur de dire oui, puis, on dit oui à une vie très normale, faite de choses quotidiennes inutiles depuis trente ans. C’est ce que le Seigneur a choisi.
Lorsque j’ai appris ma nomination comme évêque, j’étais sur le point de partir pour un pèlerinage pour la Terre Sainte ; je pensais alors à une devise épiscopale à choisir. Un jour, j’étais à Nazareth et j’ai lu sous l’autel de l’église la phrase Verbum Caro Factum Est. J’ai décidé que ma devise serait Verbum Caro : le fils de Dieu a choisi la chair et même une chair « cabossée » comme la mienne.

Beatrice Guarrera

Mons. Rodolfo Cetoloni e seu empenho pela Terra Santa

16 Janeiro 2020

No dia 26 de junho de 1973 Mons. Rodolfo Cetoloni, Bispo da Diocese de Grosseto (Itália), foi ordenado sacerdote em Jerusalém. Formado como Frade menor franciscano, o Bispo havia chegado à Cidade Santa dois anos antes a fim de completar os estudos de Teologia. Nisso se encontra sua forte ligação com a Terra Santa, que continua ainda hoje, após quase quarenta anos.  Fr. Rodolfo foi guia de peregrinos, promoveu peregrinações em sua Diocese e criou gemelágios com a Terra Santa, até que entrou no Conselho Administrativo da Fundação João Paulo II, que leva adiante projetos no Oriente Médio. Por três anos consecutivos foi escolhido como representante da Conferência Episcopal Italiana a fim de participar na visita da Holy Land Coordination, a Delegação de Bispos europeus na Terra Santa, desde 11 a 16 de janeiro de 2020. Nessa oportunidade narrou as origens de seu empenho pela Terra de Jesus.

Como iniciou sua ligação com a Terra Santa?

A primeira vez que cheguei à Terra Santa foiem 1971. Havia decidido partir por curiosidade e queria girar pelo mundo.Um companheiro meu, durante o Noviciado, em formação na Terra Santa, me escrevia cartas e isso fez surgir em mim o desejo de partir como ele.Em Jerusalém vivi no convento S. Salvador, da Custódia da Terra Santa e estudava no convento da Flagelação. Esse mundo tão complexo que, apesar de seus contrastes, eu convivia, me fez intuir – e isso compreendi só depois – que o mundo não devia ser único em suas expressões. A gente podeestarjunto, podeconhecer-se. Assim entrei em contato com o mundo hebraico e o mundo árabe e as diferentes confissões cristãs.

Como viveu seu período de formação na Custódia da Terra Santa?

A Internacionalidade da Custódia da Terra Santa foi grande mudança para mim.Éramos em torno de vinte e cinco estudantes de países diferentes. Foi um período decisivo também para minha escolha do sacerdócio, fui ordenado no dia 26 de junho de 1973. Após a ordenação, decidi retornar à Itália, mas um mês depois recebi um telefonema do Padre Michele Piccirillo. Pedia que guiasse na Terra Santa um grupo de Milão e, assim, iniciei com as peregrinações. Creio que sejam fundamentais, porque me possibilitaram fazer compreender o que é a Terra Santa. As peregrinações fizeram com que eu me enamorasse ainda muito mais com aTerra Santa.

Qual é sua última experiência de peregrinação?

Foi a primeira peregrinação da qual participei não como guia, e foi uma peregrinação com jovens da minha Diocese, de 29 de dezembro a 05 de janeiro de 2020. O guia foi Fr. Matteo Brena, Comissário da Terra Santa de Toscana, a quem falei da Terra Santa pela primeira vez. Participei com muita satisfação. Os jovens eram trinta e sete e notei neles atenção contínua e prontidão em receber a mensagem.

Como viste mudar as peregrinações, nesses quarenta anos?

Antes de mais nada, o número de peregrinos aumentou e aumentaram os que participam dos cursos para guia.A peregrinação entra, muitas vezes, no conjunto do programa pastoral e há também um retorno de interesses bíblicos e da comunidade. Outra mudança que vi é a ligação com as pedras vivas, com os cristãos locais. Eu, pessoalmente, vivi de maneira particular a Segunda Intifada: as Dioceses de Toscana eram as únicas a organizar e realizar peregrinações. Levei avante, na verdade, em 2002 e 2003, a campanha chamada “Todos nascemos lá”. Depois da ocupação da Basílica, falei à Conferência Episcopal Italiana (CEI) e, assim,à Diocese, na qual vivia como Frade (então, era Fiesole), foi encarregado de criar oportunidades para peregrinações e laços com a Terra Santa,entre grupos, escolas, paróquias locais. Viajava muitas vezes e se uma Diocese estava disposta, procurávamos as realidades com as quais criar laços.Tratava-se de encontros nas comunidades, navida das famílias, apoio em necessidades das igrejas de Haifa a ser reformadas, de adoções à distância. As iniciativas iam de Haifa a Belém, até Jericó e às paróquias na Alta Galileia.A Igreja italiana é Igreja irmã e mãe da Terra Santa.

Nestes dias o Senhor se encontra na Terra Santa pela Holy Land Coordination.

Sim, represento a CEI. É a terceira vez que participo. O aspecto que, neste ano, aprofundamos está ligado à educação, com visitas a Gaza, Betânia e Ramallah. Parece-me muito interessante, também à luz do discurso do Papa ao Corpo Diplomático, no dia 09 de janeiro, no qual ele insistiu muito sobre o romper o manto do silêncio, que cobre algumas realidades como a Síria. É necessário semear esperança com realismo e coragem, que os adultos transmitam aos jovens uma mensagem de diálogo e solidariedade. O contato com a Custódia da Terra Santa e do Patriarcado Latino, nesse âmbito,é importante porque, nesse torpor de falta de confiança, é preciso semear esperança nos jovens. É necessário semear esperança com realismo e coragem e é preciso que os adultos deem aos jovens uma mensagem de diálogo e solidariedade.O contato com a Custódia da Terra Santa e com o Patriarcado Latino, nesse âmbito, é importante, porque no torpor da desconfiança, é preciso semear esperança nos jovens.

O que pode fazer a Igreja para a gente da Terra Santa?

A Igreja faz já muito.É importante, porém, não beneficiar somente, mas provocar uma visão crítica das situações, um empenho das pessoas a formar-se bem. O Patriarca Emérito Michel Sabbahfalava da vocação da gente daqui, de permanecer nesta terra, para ser testemunhas. Eles têm necessidade de formação e de um cristianismo que não seja “étnico”, de pertença, mas dum cristianismo de fé.

Para o senhor, qual é o lugar mais caro na Terra Santa?

Entre os santuários, a Basílica da Anunciação em Nazaré. Entre todo o resto, o deserto.O deserto, de fato, é o lugar fundamental na formação da experiência de fé. O silêncio, o estar em contato com Deus sem defesas, a solidão, mas, ao mesmo tempo, a necessidade de achar alguém com o qual se caminha para evitar de se perder. Também aos peregrinos sempre procuro dar três quartos de hora de silêncio, espalhados a fim de rezar no deserto e isso é importante para eles.
Nazaré, contudo, épara minha experiência pessoal o lugar em que se tem medo de dizer sim e depois se diz sim numa vida normalíssima, feita de coisas inúteis de todos os dias durante trinta anos. Isso o Senhor escolheu.
Quando soube que havia sido nomeado Bispo, estava pronto a fim de partir para uma peregrinação à Terra Santa e pensava emescolher um lema para Bispo. Um dia, ao me encontrar em Nazaré, li embaixo do altarda igreja a escritaVerbum Caro Hic Factum Est. Decidi que meu lema seria Verbum Caro: o Filho de Deus escolheu a carne e também uma carne “em mau estado” como a minha.

Beatrice Guarrera

מונסיניור רודולפו קטולוני והמחויבות שלו לארץ הקודש

16 ינואר 2020

מונסניור רודולפי טולוני, בישוף של מחוז הבישופות  של גרוסטו (איטליה), הוסמך לכהונה בירושלים ב-26 ביוני 1973.  בתהליך הפורמאציה  כאח פרנציסקאני, הבישוף הגיע לארץ הקודש שנתיים לפני כן על מנת להשלים את לימודי התיאולוגיה. היתה זו התחלה  של הקשר החזק מאד שלו עם ארץ הקודש, הממשיך גם כיום, כמעט חמישים שנה לאחר מכן. הוא היה מדריך לעולי רגל, אפילו עודד את העליה לרגל במחוז לו יזם יוזמות שונות עם ארץ הקודש, אפילו הצטרף למועצת המנהלים של הקרן על שם יוחנן פאולוס השני, אשר מבצעת מיזמים במזרח התיכון. מזה שלוש שנים ברצף הוא נבחר  לייצג את מועצת הבישופים של איטליה ולקח חלק בביקור בארץ הקודש על ידי ועדת התיאום של ארץ הקודש המשלחת של הבישופים של אירופה בארץ הקודש בין התאריכים 11-16 בינואר 2020. לרגל אירוע זה, הוא רצה לספר לנו כיצד  המחויבות שלו לארץ של ישוע החלה.

כיצד התחיל הקשר שלך עם ארץ הקודש?
הגעתי לארץ הקודש בפעם הראשונה בשנת 1971. החלטתי להגיע לשם מתוך סקרנות ורצון לטייל מסביב לעולם. אחד  מהמלווים שלי בתקופת החניכות, בפורמציה  בארץ הקודש, כתב לי וזה מה שהביא אותי לעזוב ממש כמוהו. בירושלים גרתי במנזר של הקוסטדיה של ארץ הקודש, שבמנזר של סאן סלבטורה ולמדתי במנזר של ההצלפה. העולם המאד מורכב הזה,  למרות הניגודים, הדו קיום, גרם לי להבין – והבנתי זאת רק מאוחר יותר – שהעולם לא צריך להיות בעל ביטוי אחיד. אנשים יכולים לחיות יחד ולהכיר האחד את השני בדרך הזו הייתי בקשר עם העולם  היהודי ועם העולם הערבי ועם זרמים נוצריים שונים.

 

איך היתה התקופה של הפורמציה בקוסטודיה של ארץ הקודש?
האופי הבינלאומי של הקוסטודיה של ארץ הקודש היתה שינוי עצום עבורי. היינו בערך 25, סטודנטים  ממדינות שונות. היתה זו תקופה משמעותית בבחירה שלי לכהונה, כשאימתי את החיים המקודשים בשנת 1973. לאחר ההסמכה, החלטתי לחזור לאיטליה, אולם כעבור חודש, קיבלתי טלפון מהאב
מיקלה פיצירילו. הוא ביקש ממני להדריך קבוצה ממילאנו בארץ הקודש וזו היתה ההתחלה שלי עם מסע העלייה לרגל [לארץ הקודש]. אני מאמין שהם בסיסיים, משום שהם מאפשרים לנו להבין מהי ארץ הקודש. תודות לעליה לרגל, אני חש שאני עוד יותר מאוהב בארץ הקודש.

מתי היתה הפעם האחרונה שלך של עלייה לרגל?
היתה זו העלייה לרגל הראשונה שלי לא על תקן של מדריך וזו היתה עלייה לרגל עם צעירים מהמחוז שלי בין התאריכים 29 בדצמבר ועד ה-5 בינואר 2020. המדריך היה האח הפרנציסקאני מתיאו בראנה, קומיסר יאט של ארץ הקודש של טוסקנה, שעימו דיברתי על ארץ הקודש בפעם הראשונה כשהייתי בפרובינציה שלו. לקחתי חלק בכך עם שביעות רצון רבה. היו 34 צעירים ואני ראיתי בהם כהמשכיות של תשומת לב ומוכנות לקבל את המסר. 

האם ראית שינוי במסע העלייה לרגל משך 40 השנה האחרונות?
ראשית כל, מספר עולי הרגל עלה כך שמספר האנשים שלוקחים עימם מדריך ולומדים בקורסים כמדריכים עלה. העלייה לרגל לרוב הינה חלק מתוכנית קהילתית וישנה התעניינות חוזרת  במקרא, עבור הקהילות. שינוי נוסף שראיתי הינו הקשר על האבנים החיות, עם הנוצרים המקומיים.

באופן אישי חוויתי את האינתיפאדה השנייה באופן מיוחד למדי: אנו, אנשי המחוז של טוסקנה, היינו היחידים שבאנו כעולי רגל. בשנת 2002 ו-2003 ערכתי קמפיין שנקרא “אנו כולנו נולדנו שם”. לאחר 
העיסוק בבזיליקה דיברתי עם מועצת הבישופים של איטליה ועם המחוז היכן שאני חי כאח (פיסולה) והתמניתי ליצור אירועים של עלייה לרגל וליצור קשר על ארץ הקודש בין קבוצות מבתי ספר וקהילות מקומיות. נסעתי באופן די תדיר ואם היה רצון במחוז בישופות, חיפשנו אחר דרכים ליצור קשרים אלו. אלו היו מפגשים בקהילות, בחיי המשפחות, תמיכה בצרכים מסוימים, מכנסיות בחיפה ועד שיפוץ  ועד אימוץ מרחוק. היוזמות כללו את חיפה ועד בית לחם. דרך יריחו וקהילות נוצריות בגליל העליון.

הכנסייה האיטלקית היא אחות ואם של כנסיית האם של ארץ הקודש.

אתה כרגע ארץ הקודש עבור הועדה המתאמת של ארץ הקודש
כן, אני מייצג את הוועדה של הבישופים האיטלקיים. זו הפעם השלישית שאני לוקח חלק בכך. הבט שאנו מתמקדים בו הינו הקשר בין חינוך וכולל ביקורים לעזה, בית עניה ורמאללה. נראה די מעניין גם  באור של הנאום מה-9 בינואר של האפיפיור פרנסיס לסגל הדיפלומטי, ואשר העביר מסר של שבירת מסך השתיקה במקרים כמו בסוריה.  עלינו לטוות תקווה עם ריאליזם ואומץ והמבוגרים צריכים להעביר מסר לצעירים של דו שיח ושל סולידאריות. הקשר עם הקוסטודיה של ארץ הקודש ועם הפטריארכיה הלטינית בהקשר זה חשוב ביותר משום שבאווירה זו של אי אמון, עלינו לראות את התקווה ולטוות אותה בצעירים.

מה יכולה לעשות הכנסייה בעבור האנשים בארץ הקודש?
הכנסייה כבר עושה הרבה. זה חשוב ולא רק לעשות טוב, אלא לעורר חזון קריטי של מצבים,מחויבות של אנשים שתתפתח. הפטריארך בדימוס, מישל סבאח דיבר על הקריאה של האנשים כאן, להישאר בארץ זו, להיות עדים. הם צריכים פורמציה ואת הנצרות שאינה שייכות “אתנית”, אלא נצרות של אמונה.

איזה מקום בארץ הקודש קרוב ביותר לליבך?
כל המקומות הקדושים, הבזיליקה של הבישור שבנצרת. כל השאר , המדבר. המדברר הוא מקום בסיסי היכן שחווים את התהוות האמונה. שקט, להיות בקשר עם האל ללא מגננות, ההתבודדות אולם בה בעת צורך  למצוא מישהו עימו ללכת כדי לא לאבד את הדרך. אני תמיד מנסה לתת לעולי הרגל 3/4 שעה של שקט להתפלל, להיות במדבר, וזה חשוב להם.
נצרת, מצד שני, העל בסיס של ההתנסות האישית שלי הינו המקום שבו אתה מפחד לומר כן  ולאחר מכן אתה אומר כן בחיים הנורמאליים, עשוי מדברים חסרי תועלת מהיום יום משך 30 שנה. זה מה שהאל בחר.
כאשר הבנתי שאני תמנה לבישוף, עמדתי לצאת למסע עלייה לרגל לארץ הקודש וחשבתי על מוטו במסגרת היבחרי לבישוף. יום אחר הייתי בנצרת ומתחת למזבח של הכנסייה קראתי את המילים “והדבר נהיה בשר”. החלטתי שהמוטו שלי  יהיה “בן האלוהים בחר בשר ודם”,  ואפילו בשר ודם במצב גרוע כמוני.

المونسينيور رودولفو تشيتولوني والتزامه نحو الأرض المقدسة

سيم أسقف أبرشية غروسيتو في إيطاليا، المونسينيور رودولفو تشيتولوني، كاهنا في القدس في 26 حزيران 1973. أتم الأسقف رودولفو تنشئته في رهبنة الإخوة الأصاغر، وقد وصل إلى المدينة المقدسة قبل سيامته بسنتين لمتابعة تنشئته اللاهوتية. ومن هذه الخبرة ولدت علاقة قوية تربطه بالأرض المقدسة منذ ذلك الحين، أي منذ أربعين سنة تقريباً وحتى اليوم. عمل كدليل للحجاج، وقد نظم العديد من رحل الحجيج في أبرشيته إضافة إلى مشاريع توأمة مع الأرض المقدسة حتى أصبح عضوا في مجلس إدارة مؤسسة يوحنا بولس الثاني التي تحقق العديد من المشاريع في الشرق الأوسط. وللسنة الثالثة على التوالي، تم اختياره كممثل عن مجلس أساقفة إيطاليا لمرافقة وفد التنسيق من أجل الأرض المقدسة، وهو وفد يضم مجموعة من الأساقفة الأوروبيين الذين أتوا إلى الأرض المقدسة هذا العام ما بين 11 و16 كانون الثاني 2020. وبهذه المناسبة، أعرب سيادة الأسقف عن رغبته في التحدث إلينا عن بدايات التزامه في العمل من أجل أرض يسوع.

 

كيف بدأت علاقتك مع الأرض المقدسة؟

وصلت إلى الأرض المقدسة للمرة الأولى في عام 1971. قررت السفر انطلاقا من الشعور بالفضول والرغبة في اكتشاف العالم. ارسل إلي احد رفاقي خلال سنوات الابتداء رسائل من الأرض المقدسة، حيث كان يُتم تنشئته، وقد ولدت لدي هذه الرسائل رغبة في السفر مثله. أقمت في القدس في دير حراسة الأراضي المقدسة، دير المخلص، وكنت اتابع دروسي في دير الجلد. منحني هذا العالم المعقد، رغم التناقضات التي فيه، فكرة أدركتها لاحقا، بأن العالم يجب ألا يكون موحّداً في أساليب تعبيره. يمكننا العيش معاً، وأن نتعارف. وهكذا فقد تواصلت مع العالم اليهودي والعالم العربي وسائر الكنائس المسيحية.

 

كيف كانت سنوات التنشئة في حراسة الأراضي المقدسة؟

كان الطابع الدولي الذي تتمتع به حراسة الأراضي المقدسة بمثابة تغيير كبير بالنسبة لي. كنا حوالي 25 طالباً من بلدان مختلفة. وقد كانت تلك المرحلة حاسمة أيضاً بالنسبة لاختياري الكهنوت المقدس، وقد تمت رسامتي في 26 حزيران من عام 1973. قررت بعد رسامتي العودة إلى إيطاليا، إلا انني تلقيت بعد شهر واحد مكالمة هاتفية من الأب ميشيل بيتشيريلّو يطلب فيها مني أن أرافق مجموعة حج من ميلانو إلى الأرض المقدسة، ومنذ تلك اللحظة شرعت في رسالتي مع الحجاج. أعتقد أن رحل الحج هي أمر أساسي لأنها تتيح لنا ان ندرك ماهية الأرض المقدسة. وقد ساعدتني رحل الحج هذه في التعرف على المزيد حول الأرض المقدسة.

 

ما هي آخر خبرة حج لك؟

كانت آخر خبرة لي هي أول رحلة حج لم أشارك فيها كدليل للمجموعة، وذلك مع شبيبة أبرشيتي ما بين 29 كانون الأول 2019 و5 كانون الثاني 2020. رافق هذا الحج الأب ماتيو برينا، مفوض الأرض المقدسة في توسكانا، وكنت انا أول من تحدث إليه عن الأرض المقدسة عندما كنت رئيسا إقليمياً. شاركت في هذا الحج بكل سرور. تكونت المجموعة من 37 شابا وشابة وقد عاينت لديهم انتباهاً مستمراً وسرعة في استقبال الرسالة.

 

كيف عملت على تغيير رحل الحجيج خلال هذه السنوات الأربعين الأخيرة؟

أولا، شهدت رحل الحج ارتفاعا في عدد المشاركين وارتفاعا في عدد المشاركين أيضاً في دورات الأدلاء السياحيين. يعتبر الحج في العادة جزءاً من البرنامج الرعوي كما أن هنالك في المقابل فائدة تعود على المشاركين من ناحية المعرفة بالكتاب المقدس والانتماء للجماعة. وقد لاحظت أيضاً تغيراً آخراً من ناحية العلاقة مع الحجارة الحية، أي مسيحيي البلاد.

 

عشت شخصياً، وبطريقة خاصة، الانتفاضة الثانية، حيث كانت أبرشيات توسكانا هي الوحيدة التي لم تتوقف عن تنظيم رحل حج إلى الأرض المقدسة. وقد قمت ما بين عامي 2002 و2003 بتنظيم مبادرة تحت عنوان: “كلنا ولدنا هناك”. وبعد محاصرة كنيسة المهد، تحدثت مع مجلس أساقفة إيطاليا، وتم تكليف الأبرشية التي كنت فيها راهباً آنذاك، وأعني فيسولي، بخلق فرص للحج وإقامة علاقات مع الأرض المقدسة من خلال المجموعات والمدارس والرعايا. كنت أسافر باستمرار، ومتى وجدت استعدادا لدى احدى الإبرشيات، كنا نحاول البحث عن جهات نستطيع اقامة علاقات معها. وكانت هذه العلاقات تتضمن لقاءات مع الرعايا، والعيش مع العائلات وتقديم الدعم لبعض الاحتياجات، وقد تم على سبيل المثال ترميم بعض الكنائس في حيفا من خلال تبنيها عن بعد. وقد تنقلت المبادرات ما بين حيفا وبيت لحم حتى أريحا ورعايا الجليل الأعلى. إن الكنيسة في إيطاليا هي كنيسة اخت وأم للأرض المقدسة.

 

في هذه الأيام أنت هنا في الأرض المقدسة ضمن وفد التنسيق من أجل الأرض المقدسة.

نعم، أنا هنا كممثل عن مجلس أساقفة إيطاليا. وهذه هي المرة الثالثة بالنسبة لي. وفي هذا العام، نعمل على التعمق في مسألة التربية، ونقوم بزيارات إلى غزة وبيت عنيا ورام الله. يبدو لي هذا الأمر غاية في الأهمية، على ضوء الخطاب الذي ألقاه قداسة البابا يوم 9 كانون الثاني أمام أعضاء السلك الدبلوماسي، حيث شدد على أهمية إزالة غطاء الصمت الذي يخفي الواقع في أماكن كثيرة، كما يحدث في سوريا على سبيل المثال. يجب أن ننثر بذار الرجاء انطلاقا من الواقع وبشجاعة؛ فليعطي البالغون للشباب رسالة من اجل الحوار والتضامن. وإن التواصل مع حراسة الأراضي المقدسة والبطريركية اللاتينية في هذا المجال يكتسي أهمية كبرى، ذلك اننا، وفي وسط مشاعر عدم الثقة التي تزداد شدة، لا بد أن ننثر بذار الرجاء في قلوب الشباب.

 

ماذا باستطاعة الكنيسة أن تعمل لأجل شباب الأرض المقدسة؟

تقوم الكنيسة بالكثير. ولكن من المهم ألّا تقوم فقط بالأعمال الخيرية، بل أن تثير نظرة نقدية للواقع المتنوع، والتزاما من قبل الأشخاص في تنشئة ذواتهم جيداً. كان البطريرك المتقاعد، ميشيل صباح، يتحدث عن دعوة أهل هذه البلاد وواجب بقائهم ههنا كشهود. إنهم بحاجة إلى تنشئة وإلى مسيحية “غير عرقية”، لا مجرد انتماء، ولكن مسيحية قائمة على الإيمان.

 

ما هو أعز مكان في الأرض المقدسة على قلبك؟

من بين المزارات المقدسة، أحب كنيسة البشارة في الناصرة. أما بالنسبة لسائر الأماكن، فإنني أحب البرية. فالبرية هي في الواقع المكان الأساسي للتنشئة على خبرة الايمان. الصمت، والدخول في علاقة مع الله دون أساليب الحماية، والخلوة، مع حاجة الإنسان في الوقت نفسه للعثور على أحد يسير معه كي لا يضل الطريق. أحاول أن أعطي للحجاج كذلك، فترة من الصمت تمتد إلى ثلاثة أرباع الساعة، يذهبون لوحدهم للصلاة في الصحراء وهذا أمر مهم بالنسبة لهم.

 

اما الناصرة فهي، وعلى العكس من ذلك، المكان الذي وفقاً لخبرتي الشخصية، نشعر فيه بالخوف من قول نعم، ولكننا بعد ذلك نعطي نعماً لحياة عادية جداً، تتكون من أمور لا فائدة منها، مدة ثلاثين سنة. وهذا ما قد وقع اختيار الله عليه.

 

عندما علمت بتعييني أسقفاً، كنت أتحضر للسفر في رحلة حج إلى الأرض المقدسة وقد فكرت في شعار أختاره للأسقفية. وفي أحد الأيام، بينما كنت في الناصرة، قرأت أسفل المذبح باللاتينية الكلمات التالية: ” Verbum Caro Factum Est” (الكلمة صار جسداً). فقررت أن يكون شعاري: الكلمة جسداً (Verbum Caro)، فقد اختار ابن الله الجسد، وجسداً “محطماً” مثل جسدي.

 

Beatrice Guarrera

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