Qualche lettura

Qualche lettura

C.L. Altissimo, Il martirio in Russia e nell’Europa dell’Est (1917-1991), Vicenza, 2009, pp. 151

Il 24 marzo di ogni anno la Chiesa cattolica celebra la Giornata dei martiri, i testimoni della fede in Cristo giunti a donare la vita per assimilarsi a Lui. Nella sua ricerca padre Altissimo, dell’ordine dei Servi, amplia il concetto di martire fino ad includere chi soccombe per affermare le esigenze della propria convinzione religiosa e sociale. Ricorda i primi due martiri russi, i principi Boris e Gleb, canonizzati come strastoterpcy, uomini che «soffrirono la passione»; si consegnarono ai loro carnefici senza opporre resistenza al male come fecero innumerevoli martiri del XX secolo, «umili testimoni della Croce redentrice di Cristo e dell’amore che da essa si diffonde su tutto il mondo». Agli occhi della pietà russa, afferma l’autore, la non-resistenza e una morte violenta subita per conformarsi all’esempio di Cristo sono la «specificità», una «modernità» del martirio e quello del Novecento, da lui definito «il secolo del più grande macello di cristiani» per ferocia, vastità e quantità di vittime, è stato un martirio spesso anonimo, nascosto, silenzioso, «un attacco alla dimensione religiosa dell’uomo in quanto tale». Il martirio moderno, osserva, è anche un «“fatto ecumenico”: non solo perché ha colpito trasversalmente tutte le confessioni cristiane, ma anche perché ha creato una profonda comunione nella sofferenza». In questo agile volume, egli presenta in sintesi le varie tappe delle persecuzioni del secolo scorso, specialmente quelle subite dai fedeli delle Chiese ortodossa e cattolica, ma anche di altre religioni, nella Russia e nei vari paesi legati al regime sovietico. Delinea le condizioni di esistenza delle chiese, le motivazioni addotte dai sistemi totalitari nelle varie fasi della loro lotta antireligiosa, le forme e la portata delle azioni repressive messe in atto.

Tiziana Bertola (Venezia)

G.Ardeleanu, N. Steinhardt e i paradossi della libertà. Una prospettiva monografica, Bucarest, Editrice Humanitas, 2009, pp. 532

Il lavoro di George Ardeleanu costituisce un interessante contributo bio-bibliografico alla figura di Steinhardt tanto da essere indicata come una guida di orientamento nella lettura di tutta l’opera steinhardtiana, che viene presentata in tre grande sezioni: I. La Biografia, Le Ideologie, Metamorfosi Spirituale; II. Trent’anni sotto il controllo della securitate comunista; III. Qualche tema steihardtiene. Il libro offre una ricostruzione completa della vita di Nicolae Steinhardt (1912-1989), dall’infanzia agli anni di formazione fino alla conclusione della sua vita; questa parte biografica è divisa in due periodi: il primo periodo, prima della conversione (fino agli anni ’30 del XIX secolo), viene interpretato alla luce del mysterium fascinans: la fanciullezza, il liceo, l’università, le amicizie, le opzioni politiche, le preoccupazioni per la scrittura; il secondo periodo appartiene al mysterium tremendum: il suono delle campane delle chiese d’intorno, i sentimenti spirituali, l’arresto, il battesimo, i viaggi all’estero, la scelta di entrare in monastero. Con grande ricchezza di particolari l’autore ripercorre ogni tappa della vita di Steinhardt, provando a presentare il profilo biografico ed intellettuale di Steinhardt, un ebreo convertito al cristianesimo, mondano, ironico, diventato poi monaco dopo aver passato quattro anni di detenzione in una prigione comunista. L’autore riesce a produrre un ritratto che rende bene la complessità della vita di Steinhardt che ha attraversato le vicende storiche del periodo interbellico e postbellico della Romania e dell’Europa. Il volume è il risultato di una ricerca minuziosa, fondata su documentazione inedita (lettere, pagine del diario, altro materiale), sugli scritti di Steinhardt oltre che su una vasta conoscenza della storia della Romania, in particolare degli anni del potere comunista, che viene presentato a partire dalla documentazione, mostrando i metodi usati dal potere comunista nella repressione di ogni forma di spiritualità che possa mettere in discussione il regime. Nella formulazione della parte biografica gli stessi titoli dei singoli capitoli suscitano l’attenzione e la curiosità del lettore: un fanciullo di una ricca famiglia, la sua parentela con Freud e la sua visita a Vienna, il giovane ironico, gioviale, sarcastico, il polemista, il dottore in diritto costituzionale che diventa un perseguitato politico. L’autore si sofferma poi su alcuni aspetti particolarmente significativi per comprendere l’opera e la figura di Steinhardt: il battesimo nel carcere di Jilava, l’esperienza benedettina del monastero Chevetogne (Belgio), la corrispondenza con Th. Enescu, V. Nemoianu e V. Iernuca. Il volume aiuta il lettore a comprendere lo spirito ecumenico di Steinhardt che non nasce solo dal suo percorso spirituale che lo ha condotto ad abbracciare la fede cristiana, ma da una profonda riflessione che lo spinge a vivere in modo diverso la libertà. Nelle addenda al volume trovano posto una serie di documenti che mostrano le sofferenze di Steinhardt, sorvegliato e controllato anche da coloro che credeva suoi amici, così come emerge da una serie di testi che vengono qui riprodotti. Il libro di Ardeleanu è il risultato di una ricerca appassionata, onesta, riccamente fondata sugli scritti di Steinhardt e sulla bibliografia esistente, con un sistematico ricorso anche a materiale inedito, tanto da configurarsi come un modello per uno studio che vuole favorire la conoscenza del ruolo degli intellettuali nella storia contemporanea della Romania.

Ilaria Benzar (Venezia)

Ch. Böttrich, B. Ego, F. Eissler, Abraham in Judentumn, Christentum und Islam, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2009, pp. 188

La figura di Abramo rappresenta un elemento comune al cristianesimo, all’ebraismo e all’islam, con accenti e tradizioni diverse; negli ultimi anni si sono venuti moltiplicando gli interventi, talvolta anche non di carattere prettamente scientifico, per favorire una migliore comprensione di Abramo in una prospettiva interreligiosa a partire da una attenta lettura dei testi sacri delle tre religioni che raccontano le vicende umane e spirituali di Abramo. Il presente volume si colloca in questo orizzonte di studi, segnalandosi per chiarezza, sinteticità e scientificità nella trattazione di Abramo nelle tre religioni. Beate Ego, docente di Antico Testamento all’Università di Osnabrück, offre un quadro di Abramo nell’ebraismo a partire dai passi biblici per poi passare alla letteratura ebraica più antica fino ad alcune considerazioni sulla figura di Abramo per Israele. A Christfried Böttrich, professore di Nuovo Testamento nell’Università di Greifswald, spetta il compito di presentare Abramo nella tradizione cristiana, che introduce una nuova prospettiva in una storia già nota, dal momento che i cristiani rileggono e interpretano Abramo come appare chiaramente nel Nuovo Testamento e nella Chiesa primitiva. Infine Friedman Eßler parla di Abramo nell’islam, ponendo come premessa una breve presentazione di cosa i mussulmani dicono di Abramo. Anche per lui il punto di partenza è costituito dal Corano, anche se dà ampio spazio anche alle tradizioni islamiche posteriori al Corano su Abramo, tanto importanti che egli, al termine del suo contributo, propone una lettura in prospettiva «universale» della figura di Abramo. Le indicazioni bibliografiche, poste alla fine di ogni saggio, contribuiscono a rendere questo agile testo un utile strumento per comprendere elementi comuni e significative differenze tra cristianesimo, ebraismo e islam su Abramo.

Riccardo Burigana (Venezia)

L.Ceci, Il papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia, Bari/Roma, Laterza, 2010, pp. 266

L’apertura delle carte relative al pontificato di Pio XI negli archivi vaticani ha dato vita a un’intensa stagione di studi su papa Ratti con l’attivazione di nuove ricerche, la celebrazione di convegni internazionali e la pubblicazione di saggi; questa stagione di studi ha messo in moto un percorso di ricomprensione dell’opera di Pio XI soprattutto sui rapporti tra il papa e il fascismo, uno dei temi sui quali il dibattito storiografico si era più interrogato, non solo in Italia, con la comparsa di una serie di posizioni che tendevano a condannare o assolvere Pio XI per la sua politica nei confronti del fascismo e di conseguenza anche del nazismo, soffermandosi soprattutto su quello che il papa avrebbe voluto fare, ma che non era riuscito a fare. A questa nuova stagione di studi su Pio XI, una stagione che ci si augura possa proseguire ancora per molto tempo in modo da illuminare un passaggio fondamentale nella storia della Chiesa del XX secolo, appartiene il bel volume di Lucia Ceci, docente di Storia contemporanea all’Università Tor Vergata di Roma. La studiosa, autrice tra l’altro di un saggio sulla presenza cattolica in Somalia in epoca coloniale (Il vessillo e la croce. Colonialismo, missioni cattoliche e islam in Somalia 1903-1924, Roma, 2006), ricostruisce, con grande efficacia e precisione, anche grazie alla documentazione inedita, la posizione di Pio XI e, più in generale, della Santa Sede, nei confronti dell’impresa etiopica del regime fascista, mettendo bene in luce che essa assunse un valore che travalicava la dimensione nazionale dell’azione del papato. Infatti essa toccava la questione della definizione della «guerra giusta» che costituisce l’argomento del primo capitolo nel quale si evidenzia la contrarietà di Pio XI per questa azione militare proprio perché proponeva una soluzione che andava contro quanto si era cominciato a affermare nella Chiesa cattolica, soprattutto a seguito della prima guerra mondiale, con un rifiuto del ricorso sistematico alle armi. Come il libro mostra nel suo scorrere, la posizione personale di Pio XI si dovette misurare con l’entusiasmo di molti cattolici, anche tra le alte gerarchie, che consideravano la guerra contro l’Etiopia non solo una guerra giusta, ma anche necessaria, poiché appariva come il completamento di un processo di espansione coloniale fermato dalla sconfitta di Adua prima e dall’avversione delle potenze occidentali poi. Non mancarono le parole, anche pubbliche, di Pio XI contro la guerra, ma la posizione del papa si andò progressivamente confinando nell’azione diplomatica tanto più che la maggioranza dei cattolici italiani si mostrò a favore della politica mussoliniana, come illustra l’autrice nel prendere in esame la campagna a favore dell’«oro alla patria». La conclusione della guerra e la difficile pacificazione contribuirono, solo in parte, a raffreddare l’entusiasmo dei cattolici, che pure cominciò ad affievolirsi anche a seguito del progressivo avvicinamento al nazismo e alla comparsa, proprio in seguito alla conquista dell’Etiopia, dei primi segni di una legislazione antirazzista. Da questo punto di vista l’ultimo capitolo, dedicato al ruolo delle missioni cattoliche italiane in Etiopia, in particolare ai missionari della Consolata, mostra chiaramente la lungimiranza di Pio XI nel comprendere la debolezza del progetto coloniale del fascismo, che pure seppe abbagliare molti cattolici nella fase di preparazione e nello svolgimento dell’azione militare. Questo volume, fondato su una base di documentazione inedita e da una profonda conoscenza della bibliografia, consente di comprendere l’ampio livello della partecipazione dei cattolici italiani a sostegno dell’impresa etiopica, e al tempo stesso le ragioni dell’opposizione di Pio XI, che dovette confrontarsi, anche in Vaticano, con quei cattolici che, per convinzione e/o per convenienza, avevano deciso di seguire Mussolini.

Riccardo Burigana (Venezia)

V. De Cesaris, Vaticano, fascismo e questione razziale, Milano, Guerini & Associati, 2010, pp. 283

Il tema del rapporto tra la Chiesa Cattolica e il regime fascista negli anni della persecuzione razziale, cioè dopo il 1938, è stato oggetto di numerosi studi di recente, tanto più dopo l’apertura degli archivi di papa Ratti. Ancora molte sono le questioni da approfondire per gettare piena luce sulle posizioni della Chiesa Cattolica, dalla politica della Santa Sede all’azione dei vescovi a partire dalla documentazione edita. Valerio De Cesaris, docente di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia, autore di numerosi saggi sul tema del rapporto tra la Chiesa cattolica e il mondo ebraico nella prima metà del XX secolo, parte proprio da una puntuale, quanto efficace, analisi de L’Osservatore Romano per delineare le posizioni di una parte della redazione del giornale, chiaramente sostenuta da ambienti della Santa Sede, contrarie alla svolta del regime fascista in favore di un rapporto sempre più organico con il nazismo. Proprio questo rapporto sembra essere l’elemento determinante nella definizione di un nuovo rapporto con il regime di Mussolini, che reagisce con una certa violenza, non solo verbale, a questa svolta de L’Osservatore Romano. Nonostante queste reazioni, che trovano un certo appoggio da una parte del clero italiano, allineato sulle posizioni del fascismo e, per certi versi, addirittura favorevole all’alleanza con la Germania, L’Osservatore Romano non muta la propria posizione, diventando una delle poche voci critiche della campagna antisemita del fascismo; in questo si trova in sintonia con molti esponenti dell’episcopato europeo, che consideravano «inammissibile» l’antisemitismo. L’ultimo capitolo di questo agile saggio si propone di offrire una sintesi delle posizioni del dibattito tra razzismo e leggi razziali nella Chiesa, non solo in Italia, con alcune interessanti osservazioni sulla questione dei matrimoni misti e sulla continuità di linea politica da Pio XI a Pio XII.

Riccardo Burigana (Venezia)

Don Michele Rua, primo successore di don Bosco, a cura di Grazia Loparco e Stanisław, Roma, LAS, 2010, pp. 1105

A don Michele Rua (1837-1910) sono stati dedicati nel corso degli anni numerosi studi nel tentativo di ricostruire l’attività di questa «instancabile figura» che ha proseguito l’opera di don Bosco, rafforzando quella dimensione universale della famiglia salesiana che era nella mente del fondatore dei salesiani. Ricostruire la vita di don Michele Rua non significa quindi semplicemente penetrare nelle origini dei salesiani e nella loro rapida diffusione, ma offrire una straordinaria opportunità per comprendere le dinamicità della Chiesa cattolica tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX in una prospettiva universale quale è stata quella nella quale don Rua ha condotto i salesiani consolidando o fondando nuove comunità. Per questo appare particolarmente interessante la pubblicazione degli atti del convegno internazionale, che si è tenuto a Torino nei giorni 28 ottobre – 1 novembre 2009, sulla figura di Don Michele Rua, con particolare attenzione agli anni (1888-1910) nei quali ebbe la responsabilità della famiglia salesiana. Il volume si articola in tre parti. La prima affronta la questione del rapporto tra biografia e agiografia, con due contributi sulle ricostruzioni storiche della vita di don Rua, quella di Giovanni Battista Francesia (1911), che ebbe una grande diffusione contribuendo alla formazione dell’immagine di don Rua, al più recente lavoro di Francis Desramaut (2009). Seguono due testimonianze, una sul possibile confronto tra le positiones historicae di don Bosco e di don Michele Rua nei processi di beatificazione e una seconda sulle testimonianze delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La seconda parte contiene una serie di contributi sull’opera e sulla figura di don Rua, attraverso la sua azione di governo, in particolare su alcuni progetti come la missione in Patagonia, tra «utopia e realtà», o il sostegno di don Rua alla creazione di nuove forme di accoglienza e di formazione negli oratori, al ricorso della musica e del teatro nell’azione missionaria. La terza parte è interamente dedicata alla presenza dei salesiani nel mondo, con un’analisi molto puntuale della vita delle singole comunità, dei loro rapporti con la Chiesa di Roma e con le autorità civili locali; si parte dall’Italia, con dei contribuiti sull’opera salesiana in Piemonte, sulle relazioni con le Figlie di Maria Ausiliatrice sempre in Piemonte, alle istituzioni salesiane in Lombardia, in Emilia Romagna, in Toscana, nel Triveneto, a Roma e nel Mezzogiorno di Italia, per poi passare al resto dell’Europa, con le fondazioni in Spagna, l’ispettoria inglese e le prime presenze in Slovenia, all’Africa-Asia, all’America, alle opere salesiane in Ecuador, in Messico e negli Stati Uniti. Nel complesso i contributi sono sostenuti da un ampio ricorso alle fonti, molte delle quali ancora inedite, e da un’approfondita conoscenza della bibliografia, tanto da offrire delle ricostruzioni scientificamente fondate, dalle quali si danno delle indicazioni per nuove ricerche tanto più quanto si parla di fonti, come le circolari del Capitolo Superiore (1878-1895), che possono favorire una migliore conoscenza dell’opera di don Rua e della vita delle comunità salesiane negli anni del suo governo. Infine va un plauso ai curatori per essere riusciti, sicuramente con il concorso degli autori dei singoli contributi, a giungere alla pubblicazione di un volume tanto corposo, a meno di un anno dal convegno, mettendo così a disposizione della comunità scientifica preziosi materiali per approfondire il ruolo dei salesiani nella vita della Chiesa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX e nel loro rapporto con la società.

Riccardo Burigana (Venezia)

L. Felici, Giovanni Calvino e l’Italia, Torino, Claudiana, 2010, pp. 152

Le celebrazioni per il 500° anniversario della nascita di Calvino sono state una straordinaria occasione per una migliore comprensione della figura e dell’opera del riformatore ginevrino grazie ai numerosi studi pubblicati, aprendo delle nuove prospettive per la conoscenza di un passaggio fondamentale nella storia non solo europea. A questa stagione appartiene l’agile ma, assai avvincente saggio di Lucia Felici sui molteplici rapporti tra Calvino e il mondo italiano, con il quale l’autrice cerca di offrire un quadro di quanto sia stato importante e presente Calvino nella riflessione religiosa italiana del XVI secolo. Per questo l’autrice non si limita a ricostruire la presenza fisica di Calvino in Italia, a cominciare dalla sua visita alla duchessa Renata di Francia a Ferrara e alla loro corrispondenza, della quale molto è stato scritto in questi anni di indagine sui rapporti tra l’evangelismo italiano e proprio il pensiero di Calvino, anche alla luce delle difficoltà incontrate da molti evangelici italiani una volta fuggiti a Ginevra, con il passaggio da una conoscenza letteraria a una conoscenza reale di Calvino. L’autrice affronta così anche il tema dell’influenza del pensiero di Calvino sulle figure dell’evangelismo italiano, attraverso un puntuale lavoro che mostra la straordinaria capacità dell’autrice di muoversi nell’universo di coloro che cercavano una via italiana alla riflessione sulla riforma della Chiesa, con una molteplicità di approcci, destinati a non produrre effetti immediati, dato il processo di confessionalizzazione che si venne sviluppando in Europa. Per questo l’autrice dedica ampio spazio anche ai rapporti tra Calvino e gli italiani che lo raggiunsero a Ginevra e che, in molti casi, furono costretti ad abbandonare la città svizzera proprio per le diverse posizioni teologiche tra loro e il riformatore. Dalle pagine dedicate da Lucia Felici, che insegna storia moderna all’Università di Firenze, appare evidente che gli italiani non furono semplicemente influenzati da Calvino nella riflessione teologica e nella polemica anti-papale, ma con la loro peculiare presenza a Ginevra contribuirono alla definizione di un patrimonio teologico-spirituale sul quale si è venuta costruendo la società moderna.

Riccardo Burigana (Venezia)

J. Freyer, Homo Viator. Una antropologia teologica in prospettiva francescana, Bologna, EDB, 2008, pp. 512

Lo studio fa parte di una collana intitolata Corso di Teologia Spirituale curata dall’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum. L’autore affronta l’antropologia teologica da una precisa prospettiva: l’eredità della riflessione francescana del XIII, XIV e XV secolo. Sin dalla prefazione appare urgente il tentativo di connessione di tale eredità con la produzione culturale contemporanea. In un clima di rinnovato risveglio della domanda sui valori, sul significato etico e bioetico della vita umana, sulla questione ecologica, cosa può dire la tradizione francescana e, in particolare, il modo in cui, secondo il francescanesimo, è da interpretare il complesso rapporto uomo-mondo? L’autore tenta di rispondere a questa domanda a partire da una formulazione del problema dettagliata, in cui è proposta al lettore una tesi che accompagnerà sino alle ultime pagine: l’autocomprensione che l’uomo ha di sé e del mondo, ha un decisivo influsso sulla strutturazione della sua stessa vita e dello spazio che abita. Dalle modalità con cui si dispiega la capacità antropologica di autocomprensione, derivano l’atteggiamento e le posizioni etiche con cui l’uomo si pone di fronte a sé e al suo ambiente. Tale autocomprensione, secondo la tradizione francescana, è innanzitutto teologica e, in particolare, soteriologica. L’uomo è la creatura di Dio in cui si manifesta la salvezza quale origine e fine della storia. In altre parole, la salvezza alla quale Dio chiama l’uomo è l’origine, lo scopo della creazione e il fine/la fine della storia, il compimento del senso della creazione stessa. Si tratta della predilezione della tradizione francescana per la teologia giovannea e la prospettiva incarnazionista. Ma ciò che stupisce di tale eredità, per quanto complessa e sviluppatasi in contesti culturali e scuole diverse (Parigi e Oxford), a volte dall’apparente incoerenza, non è tanto l’impianto teologico in quanto tale, tradizionalmente trinitario-cristologico. Ciò che stupisce è il metodo. Se la teologia tomista muove dalla ratio per assaporare l’amore di Dio, la tradizione speculativa francescana parte dall’amore, dai movimenti degli affetti e dalle intuizioni emotive, per giungere ad elaborare una visione unitaria della sapienza. Naturalmente anche i teologi francescani contribuiscono alla riflessione metafisica della scolastica, ma il problema dell’essere pare a loro interessare meno rispetto al problema della storia della salvezza. A tali distinzioni, l’autore giunge attraverso una riproposta degli autori francescani, dagli scritti di Francesco stesso a Bernardino da Siena. La riflessione teologica del volume procede in tre tappe: la creazione quale origine e compimento della salvezza, la creazione senza salvezza, ovvero l’uomo come peccatore, ed infine la creazione nuova, ovvero l’escatologia. La quarta e ultima tappa del percorso è la proposta del fondamento di una prassi, ovvero la questione etica. Da un punto di vista ecumenico, la quarta parte è quella che determina maggiori connessioni con l’impegno teologico del dialogo con le altre confessioni cristiane e con la cultura del mondo contemporaneo. L’etica francescana è infatti innanzitutto un’etica del dialogo e dell’accoglienza. A partire dalla visita di Francesco al Sultano, nella tradizione francescana c’è sempre stata apertura al dialogo con il mondo, con i dissenzienti e con persone di altra fede. L’opera di Raimondo Lullo Liber Gentilis, le dispute sulla religione e le discussioni sulla fede durante il periodo della Riforma sono solo due esempi eclatanti. La tradizione francescana oggi può testimoniare la volontà di dialogo anche con l’uomo della post-modernità, in particolare là dove la sensibilità religiosa si sta risvegliando a fronte di una perdita di unità nel patrimonio di conoscenza di un mondo globalizzato, di una percezione del tempo sfuggevole che costringe ad una accelerazione dei ritmi di vita, vita sempre più connessa e sempre meno in relazione. L’autore, rispetto a queste nuove istanze, presenta un’antropologia francescana in cui l’uomo si percepisce in mobilità, homo viator, ma non semplicemente turista; nostalgico, assetato di senso e in continua ricerca, ma non depresso; che conosce il mondo essenzialmente cristificato e attraverso di esso, perciò non è fuga da esso a causa di previsioni neoapocalittiche. Certo, tale fondamento della prassi è utopico. Eppure si tratta di un’utopia che nei secoli, attraverso il grande Sabato, ha animato uomini e donne che hanno illuminato il loro tempo e il loro spazio. Costoro sono stati spesso screditati e giudicati folli, perché simili vite dicono il desiderio di eternità, rendono visibile la nostalgia di ogni carne.

Roberto Ranieri ofm (Milano)

Guida al museo Sinagoga Sant’Anna. Sezione Ebraica del Museo Diocesano di Trani, Trani, Messaggi, 2009, pp. 197

Il recupero e la conoscenza della memoria storica rappresenta una componente fondamentale del dialogo ebraico-cristiano tanto più in Italia, dove la presenza di comunità ebraiche risale al primo secolo prima di Cristo; le vicende storiche che hanno coinvolto queste comunità nel corso dei secoli, sono state un elemento importante nella formazione della cultura italiana, con una forte mobilità sociale, che dipendeva anche dai cambiamenti politici in atto nella penisola. Il provvedimento di espulsione degli ebrei da parte del regno di Spagna nel 1492 ha avuto conseguenze anche in Italia, con il progressivo consolidarsi e ampliarsi del potere spagnolo, che ha assunto il controllo diretto di territori, mentre le mutate condizioni confessionali determinavano un irrigidimento legislativo nei confronti degli ebrei, che furono così costretti a vivere, con poche eccezioni, nei «ghetti», mentre altrove erano espulsi dalle comunità. Da questo punto di vista il caso di Trani è singolare; infatti la comunità ebraica della città pugliese è attestata fin dal XI secolo e crebbe, soprattutto sotto Federico II, fino a raggiungere una dimensione così ragguardevole da determinare la costruzione di quattro sinagoghe. La comunità divenne un elemento fortemente caratterizzante della città di Trani almeno fino alla fine del XIII secolo quando la trasformazione delle sinagoghe in chiese testimonia la sua scomparsa, che fu dovuta, non a ragioni violente o economiche, quanto piuttosto a un rapido assorbimento nella comunità cristiana, con la «conversione» degli ebrei al cristianesimo. Di questa storia tanto intensa quanto circoscritta nel tempo Trani conserva, talvolta nascoste, in ogni caso disperse, frammenti di memoria e si deve alla volontà di una pluralità di soggetti, tra cui la diocesi di Trani, il recupero della memoria della storia della comunità ebraica: la Chiesa di Sant’Anna, una delle quattro sinagoghe trasformate in chiesa, è diventata così il luogo della raccolta di questa memoria, come sezione ebraica del museo diocesano. La presente guida, in italiano e inglese, offre un quadro dettagliato della presenza ebraica a Trani, con continui rimandi alla situazione più generale degli ebrei nell’Italia meridionale, attraverso la descrizione delle tante testimonianze della cultura e della spiritualità ebraica ancora ben vive a Trani. Di particolare interesse sono le pagine dedicate anche alle tradizioni antiebraiche che mostrano come il rapporto tra cristiani e ebrei sia stato per secoli inquinato da reciprochi sospetti e incomprensioni. Il museo diocesano Sant’Anna non tace su questi aspetti, ma si propone di promuovere la conoscenza delle presenze ebraiche in Italia, partendo da un contesto locale, per favorire la costruzione di una società fondata sulla molteplicità delle ricchezze del passato.

Riccardo Burigana (Venezia)

P.L. Guiducci, L’identità affermata. Storia della Chiesa Medievale, Roma, LAS, 2010, pp. 351

L’autore presenta una ricostruzione, articolata e dettagliata, delle vicende storiche della Chiesa dalla fine del IV secolo fino all’inizio del XVI secolo. La ricostruzione delle vicende è preceduta da un capitolo introduttivo nel quale si affrontano alcuni nodi metodologici per chiarire il carattere e gli scopi dell’opera; si parla della periodizzazione dell’epoca medievale, anche alla luce del recente dibattito storiografico, dell’uso del termine «medioevo» in altri contesti, delle peculiarità del medioevo occidentale, nel quale si trovano le radici della scienza moderna, dell’antinomia tra l’elemento giuridico e quello carismatico e si introducono degli elementi per un orientamento nelle interpretazioni storiografiche e nelle collezioni delle fonti. Dopo questo capitolo il volume è composto da otto parti: Dalle invasioni barbariche all’espansione islamica (1), Dal nuovo ruolo del vescovo di Roma alla separazione con l’Oriente (2), Sacerdotium e impero (3), Ortodossia ed eterodossia nei nuovi movimenti religiosi (4), La fede manifesta: nei vissuti, nella cultura, nell’arte, nella letteratura (5), Il tramonto progressivo di un’epoca (6), Agli albori dell’epoca moderna (7) e Misericordia divina e indulgenze ecclesiali (8). Ogni parte contiene numerosi capitoli che trattano, in modo lineare, il periodo preso in esame sotto una molteplicità di aspetti tanto che il lettore viene guidato in questo mondo medievale, apparentemente lontano, per assicurargli una conoscenza puntuale di cosa è successo, di cosa si è scritto e di cosa si è discusso nella Chiesa; ogni parte si conclude con degli orientamenti bibliografici che servono soprattutto per eventuali approfondimenti personali di quanto l’autore ha descritto, in modo necessariamente sintetico, data la vastità dell’epoca e dei temi che si è proposto di affrontare. Anche da un punto grafico il volume si presenta come uno strumento per un primo necessario approccio all’epoca medievale, senza la quale molte delle vicende della Chiesa, in particolare del dialogo ecumenico, rischiano di non essere comprese nella loro profondità; si tratta di uno strumento utile per coloro che desiderano essere introdotti all’epoca medievale, nella sua dimensione europocentrica, poiché anche le vicende del Vicino Oriente sono affrontate solo in relazione alle dinamiche ecclesiali dell’Europa, pur con qualche lodevole eccezione, come il capitolo sulla nascita e l’espansione dell’islam, che si conclude con alcune considerazioni di Giovanni Paolo II sul dialogo islamo-cristiano.

Riccardo Burigana (Venezia)

L’ecumenismo in Campania. Consiglio regionale delle Chiese Cristiane della Campania, Napoli, LER, 2010, pp. 45

Questa pubblicazione raccoglie gli atti istitutivi del Consiglio regionale delle Chiese Cristiane della Campania, con il quale i cristiani della Campania hanno voluto manifestare la centralità della dimensione ecumenica della testimonianza evangelica, indicando anche una strada per rendere sempre più efficace l’azione ecumenica in una regione, nella quale da decenni si sono sviluppati rapporti e iniziative tra cristiani. L’istituzione del Consiglio regionale delle Chiese cristiane della Campania è risultato di un clima ecumenico che si è venuto creando, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, quando, soprattutto in Italia, non sono cominciati a nascere dei gruppi di cristiani direttamente impegnati nella ricerca dell’unità della Chiesa, proprio sotto la spinta del dibattito conciliare e della promulgazione di alcuni documenti. Per questo motivo risale la nascita del GIAEN (Gruppo Interconfessionale per le Attività Ecumeniche a Napoli), che da decenni promuove occasioni di dialogo nella Chiesa di Napoli; e negli ultimi anni, arricchiti da un punto di vista ecumenico da una molteplicità di iniziative, come quelle promosse nell’arcidiocesi di Salerno, grazie all’opera di don Angelo Barra, l’arrivo di nuove comunità cristiane, che sono state il risultato dei processi migratori, ha profondamente mutato il panorama ecumenico, anche in Campania, ponendo nuove domande e aprendo nuove prospettive. Il Consiglio è stato reso possibile anche dai passi ecumenici compiuti a livello universale; in questi anni non sono mancati i documenti, le parole e i gesti che hanno sottolineato come i cristiani debbano vivere per rimuovere gli scandali della divisione, che per secoli hanno contrapposto le Chiese e le comunità ecclesiali. In questa prospettiva si comprende la scelta di pubblicare, in appendice a questo volume, la Charta Oecumenica, che rappresenta per tutti i cristiani, non solo in Europa, un punto di riferimento fondamentale per vivere l’ecumenismo nella quotidianità. Il volume si apre con una breve presentazione del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, che invoca la benedizione del Signore per illuminare «la strada che ancora resta da compiere» per l’unità visibile della Chiesa. Segue l’introduzione, firmata da mons. Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita, delegato per l’ecumenismo della Conferenza Episcopale Campana, dall’archimandrita Georgios Antonopoulos, vicario arcivescovile per la Campania della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta, e il pastore Antonio Squitieri delle Chiese Cristiane Evangeliche della Campania; nell’introduzione, firmata il 25 dicembre 2009, si ripercorre il cammino ecumenico nel XX secolo, ponendo particolare attenzione alle vicende della Campania. Si ha poi l’Atto di costituzione, con lo Statuto e il Regolamento, che è stato approvato il 14 dicembre 2009 a Pompei, nella sede della Conferenza Episcopale Campana, e presentato il 24 dicembre a Napoli, in cattedrale, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, quale segno concreto di un impegno che si rinnova e si rafforza proprio con la nascita del Consiglio regionale delle Chiese Cristiane della Campania.

Riccardo Burigana (Venezia)

Lettere a Timoteo e a Tito, Roma/Napoli, Società Biblica Britannica & Forestiera/ Editrice Domenicana Italiana, 2009, pp. 52

Con la pubblicazione di questa traduzione in lingua corrente delle lettere paoline a Timoteo e a Tito prosegue l’opera della Società Biblica in Italia per la diffusione della Sacra Scrittura, secondo una tradizione ormai consolidata, che si è venuta arricchendo negli ultimi anni con una serie di iniziative editoriali, spesso con il coinvolgimento delle comunità ecclesiali, come, solo per fare un esempio, è stato il caso della traduzione del vangelo di Matteo, che è stata possibile grazie al sostegno delle Chiese e delle comunità ecclesiali di Salerno, legate alla figura di Matteo da una lunga tradizione di devozioni e di studi. Nel caso delle lettere a Timoteo e a Tito la Società Biblica in Italia, grazie all’instancabile e preziosa opera del suo segretario, Valdo Bertalot, ha coinvolto in questo progetto di traduzione la diocesi di Termoli-Larino e le Chiese Valdesi del Molise, come si legge nella prefazione che porta la firma di mons. Gianfranco De Luca, vescovo di Termoli-Larino, e del pastore Daniele Garrone, decano della Facoltà Valdese di Teologia e presidente della Società Biblica in Italia. Con questa iniziativa si è voluto confermare «il comune impegno e la collaborazione fraterna delle Chiese nel servizio alla Parola di Dio, nella convinzione della necessità per tutti di una conoscenza diretta della Bibbia, essenziale per la fede, ma anche indispensabile per comprendere la nostra cultura e la nostra storia». La traduzione dei testi paolini si presenta chiara, nel tentativo di rendere il più accessibile possibile il testo al lettore del XXI secolo, accompagnata da un apparato più che essenziale di note, che sono arricchite da alcune brevi considerazioni finali sul lessico paolino. Il volume si conclude con l’elenco delle Chiese che hanno preso parte al progetto, dei membri del Comitato di traduzione, dei revisori, dei consulenti e dei referenti per le Chiese, cioè di tutti coloro che, a vario livello, hanno reso questa traduzione, che si configura come veramente ecumenica non solo per il livello di partecipazione al progetto, ma soprattutto perché si propone di offrire la Sacra Scrittura quale strada privilegiata di conoscenza reciproca tra cristiani per approfondire sempre più la comunione alla luce della Parola di Dio.

Riccardo Burigana (Venezia)

Le vie del dialogo. Teologia e prassi, a cura di P. Selvaggi, Fossano, Editrice Esperienze, 2009, pp. 127

Questa raccolta di saggi si colloca all’interno dell’ampia e articolata riflessione sul dialogo interreligioso; si tratta degli atti di un convegno internazionale, Le vie del dialogo: teologie e prassi, che si è tenuto a Roma, nel novembre 2006. Il convegno è stato promosso da una serie di istituzioni accademiche e pastorali, tra le quali si deve ricordare il Centro Studi Pietro Rossano, che da anni sostiene progetti e iniziative proprio per favorire lo sviluppo del dialogo interreligioso secondo l’insegnamento di mons. Pietro Rossano (1923-1991), che è stato uno dei pionieri del dialogo interreligioso, non solo in Italia. Il volume si divide in tre parti; nella prima, Le vie della teologia, si parla della posizione della Chiesa cattolica nei confronti del dialogo interreligioso a partire dal concilio Vaticano II, delle fonti neotestamentarie per il dialogo tra le culture, della dimensione del dialogo nella patristica, delle forme del dialogo interreligioso in epoca medievale e di una prima valutazione dell’opera di mons. Rossano quale fonte per il dialogo interreligioso nel XXI secolo. La seconda parta, Le vie della prassi, presenta l’attività di alcune realtà impegnate nella promozione del dialogo interreligioso, come il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l’azione congiunta delle Chiese cristiane per il dialogo interreligioso, l’attenzione delle comunità islamiche e del mondo buddista nei confronti di questo tema. La terza parte, la più breve, contiene due brevi interventi sulla figura di Pietro Rossano del cardinale Paul Poupard e di mons. Rino Fisichella. Dalla lettura del volume emerge l’importanza del tema del dialogo tra le religioni e tra le culture nell’epoca contemporanea, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, con la promulgazione di una serie di documenti, tra i quali la dichiarazione sulle religioni non-cristiane Nostra aetate, senza però tacere le radici storico-teologiche del dialogo e la presenza di questa attenzione all’altro anche in altre religioni.

Riccardo Burigana (Venezia)

A. Melloni, Pacem in terris. Storia dell’ultima enciclica di Papa Giovanni, Bari/Roma, Laterza, 2010, pp. 240

L’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni è stato uno dei testi più letti del XX secolo, non solo perché è stato visto come il testamento spirituale del «Papa buono», che la firmò a poche settimane dalla sua morte, quando la sofferenza per la malattia era chiaramente riconoscibile sul suo volto; non solo perché ha posto al centro della riflessione della Chiesa cattolica il tema della pace e del ruolo dei cristiani nella sua costruzione ripresentando un’efficace sintesi del magistero della Chiesa, pur con qualche suggestiva novità, ma soprattutto perché, a mio avviso, l’enciclica provocò un acceso dibattito su temi che continuano a essere estremamente attuali, oltre a aver influenzato la vita del concilio Vaticano II. Il dibattito sulla Pacem in terris coinvolse uomini e donne, ben oltre la loro appartenenza confessionale, provocando e al tempo stesso assicurando un’enorme circolazione all’enciclica, anche nei paesi comunisti dell’Europa orientale, dove essa veniva offerta ai cattolici per mostrare quanta sintonia ci fosse tra la Chiesa e il comunismo sul tema della pace, con una lettura ideologica e quindi parziale del testo di Giovanni XXIII. Alla storia redazionale dell’enciclica Alberto Melloni, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Reggio Emilia, dedica un saggio, arricchito da un’ampia appendice, I documenti di lavoro, nella quale sono stati collocati, con rigore filologico, le diverse versioni dell’enciclica e una serie di documenti che illustrano i passaggi redazionali dell’enciclica e i vari interventi del papa proprio nella fase di redazione e di revisione del testo. La prima parte del volume ripercorre il contesto nel quale venne maturando la decisione di Giovanni XXIII di scrivere un’enciclica sulla pace, affidandone la prima redazione al teologo Pietro Pavan. L’autore analizza anche le opposizioni manifestate dagli ambienti curiali, coinvolti nella revisione della bozza di Pavan, in particolare dal domenicano Luigi Ciappi, maestro del Sacro Palazzo e futuro cardinale, mettendo in evidenza la decisa volontà del papa che seppe prevalere non mutando il contenuto dell’enciclica, ma anzi arricchendolo. Le ultime pagine sono dedicate alle reazioni alla pubblicazione dell’enciclica, dalla voce delle diplomazie, ai commenti italiani e agli effetti conciliari; per quanto sintetiche queste pagine offrono degli utili elementi per comprendere la pluralità delle forme della recezione della Pacem in terris, un tema sul quale non mancano gli studi che hanno permesso di ricostruire molte delle strade percorse da questa enciclica e la sua influenza nella Chiesa e nella società.

Riccardo Burigana (Venezia)

W. H. Neuser, Johann Calvin. Leben und Werk in seiner Frühzeit (1509-1541), Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2009, pp. 352
 

Nell’anno, nel quale viene celebrato il 500° anniversario della nascita di Calvino, la bibliografia sul riformatore svizzero si arricchisce di un interessante studio. Infatti Wilhlem Neuser, professore di Storia della Chiesa alla Facoltà di Teologia di Münster, dedica un’ampia e dettagliata ricostruzione all’opera e al pensiero del giovane Calvino, fino al suo ritorno a Ginevra. Neuser apre il suo lavoro con una presentazione, sintetica ma assai efficace, del clima culturale, non solo teologico, della Francia nella quale nacque Calvino, soffermandosi sui rapporti tra la monarchia francese e la facoltà di Teologia di Parigi e sulle principali opere religiose di quel periodo; in questa prima parte appaiono particolarmente appropriate le pagine dedicate alle fonti usate dall’autore per la ricostruzione della vita di Calvino fino al 1538, dalla documentazione edita e inedita, fino alla vita di Calvino a opera di Theodoro Beza. Si ripercorre la formazione di Calvino, dagli anni a Parigi (1523-1528), con la sua scoperta della centralità della Scrittura, fino agli studi di diritto a Orléans (1528-1532) e le sue prime iniziative a favore di una riforma religiosa a Parigi. Alla sua attività a Parigi Neuser dedica un ampio spazio, sottolineando alcuni elementi peculiari, a cominciare dall’influsso dell’opera di Faber Stapulensis, che contribuirono a definire il pensiero di Calvino e le sue priorità, tenuto conto della situazione nella quale si trovava la Francia, alle prese con una pluralità di istanze religiose, spesso in conflitto tra di loro, profondamente connesse alle vicende politico-dinastiche, che sarebbero esplose nel corso del XVI secolo con una lunga serie di guerre di religione, che nascondevano la lotta per la successione alla casa regnante dei Valois. La ricostruzione dell’attività di Calvino, in particolare nel suo soggiorno ad Angoulême (1534), assume un alto valore scientifico poiché si fonda non solo su un’attenta lettura dei suoi scritti, ma anche sul contesto nel quale egli si trovò a operare in questa fase della sua vita. La seconda parte del volume è dedicata al soggiorno di Calvino a Basilea (1535), dove il riformatore svizzero matura alcune convinzioni, che lo porteranno a differenziare il suo pensiero da quello di altri teologi, come Lutero, che erano, come lui, fortemente critici delle posizioni del papa e della prassi di molte comunità cristiane. Come una sorta di appendice a questa parte si trova il resoconto del soggiorno di Calvino a Ferrara, presso Renata di Francia, un soggiorno che tanta importanza ha avuto per la storia religiosa in Italia del XVI secolo, come è stato messo ben in evidenza negli ultimi anni da numerosi saggi storico-teologici. La terza parte affronta il primo soggiorno a Ginevra (1536-1538), dove Calvino commenta la Scrittura, pronuncia una serie di prediche sulla vita dei cristiani, si occupa della struttura della comunità cittadina, arricchisce la sua riflessione teologica, propone una serie di interventi contro coloro che per lui mettono in pericolo l’annuncio dell’evangelo, pur proclamandosi nemici di Roma; proprio questi interventi diventano il pretesto per il suo allontanamento da Ginevra. Infine l’ultima parte è dedicata al suo soggiorno a Strasburgo (1538-1541), da dove Calvino ha modo di vivere da protagonista la stagione dei Colloqui di religione (Hagenau, Worms, Ratisbona), voluti da Carlo V, per mettere fine alle tensioni religiose nell’Impero; per Calvino sono anni importanti, segnati della pubblicazione della Istitutio christianae religionis, di un commentario alla lettera ai Romani, di un breve trattato sull’eucaristia, oltre che della redazione della lettera al cardinale Jacopo Sadoleto sulla Chiesa. Poche considerazioni sul ritorno di Calvino a Ginevra concludono questo volume che si segnala come uno dei più efficaci contributi per la comprensione dell’opera di Calvino nel contesto nel quale essa venne maturando prima degli anni ginevrini.

Riccardo Burigana (Venezia)

W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Milano, Vita & Pensiero, 2010, pp. 384

Il testo del gesuita americano John O’Malley sul Vaticano II, tradotto in italiano dalla casa editrice milanese Vita e Pensiero, ha assunto un ruolo significativo nel panorama della vasta letteratura sull’ermeneutica conciliare. O’ Malley, docente alla Georgetown University, rivela, sin dall’introduzione, di voler collocare questo lavoro in uno spazio vuoto che spera di riempire: lo spazio di comprensione dell’evento concilio nella sua totalità. Si tratta, quindi, di un’opera di sintesi dalla triplice finalità: narrare i fatti principali del concilio, dal 25 gennaio del 1959 all’8 dicembre 1965; inquadrare la produzione dei testi conciliari nella più ampia cornice dei contesti storici, sociali e teologici; fornire una chiave ermeneutica che permetta il superamento delle categorie di «continuità» o «discontinuità». I primi due capitoli, che costituiscono circa un terzo del testo, sono dedicati alla determinazione del contesto che ha preceduto il concilio, contesto che l’autore periodizza in tre epoche: da Nicea a Trento, la Riforma e la modernità, la seconda guerra mondiale. Questa panoramica dall’alto permetterebbe di comprendere meglio le conseguenze durature di secoli che sono giunte alle porte del concilio e il perché esso venne a volte definito come «fine dell’epoca costantiniana» o «fine della controriforma». Questi facili appellativi non possono comunque assolvere dal duro compito di comprendere il concilio e le sue tensioni tutt’ora irrisolte, tensioni che O’Malley individua particolarmente presenti in «problemi-al-fondo-dei-problemi»: il rapporto tra la Chiesa e lo Stato, il rapporto tra centro e periferia della Chiesa, lo stile di esercizio dell’autorità. L’essenza di tali problemi è l’equilibrio tra polarità teologiche e sociologiche opposte, che il concilio avrebbe tentato di tenere insieme. Il modo in cui sarebbe riuscito in questo compito potrebbe offrire, secondo O’Malley, una chiave ermeneutica per comprenderne più profondamente il suo ruolo dentro la storia della Chiesa. Dopo queste premesse, il gesuita offre nei restanti due terzi del testo una sintesi dei fatti, suddivisi in quattro anni, dal 1962 al 1965. L’apparato bibliografico rivela che la ricostruzione si appoggia prevalentemente agli Acta Synodalia e alla storia del Vaticano II di Alberigo-Komonchak, come l’autore stesso evidenzia nella prefazione. Le conclusioni, nell’ultima parte, i già nominati «problemi-al-fondo-dei-problemi», vengono ripresi e riletti alla luce dei documenti conciliari. Soprattutto l’ultimo, ovvero la questione dello stile di governo e di comunicazione della Chiesa, è quello che secondo O’Malley meglio distingue il Vaticano II dagli altri concili. E la scelta dello stile che il Vaticano II ha adottato non è scaturita solo da una preoccupazione pastorale, ma anche dalla volontà di assumere una identità. Il «che cosa» del discorso e il suo «come» sono inseparabili dal «chi» quel discorso lo pronuncia. Ultimamente, il testo di O’Malley tenta una generalizzazione dell’evento concilio fondata, forse, più sul contesto che sull’analisi testuale dei documenti e sulla storia della loro redazione. L’opera, lasciando volutamente aperte questioni che, per la mole dei documenti, sembrano non ammettere sino ad oggi soluzioni definitive e assolute, ha il pregio di offrire ad un tempo una narrazione divulgativa e un ampio spettro di categorie analitiche ed ermeneutiche.

Roberto Ranieri ofm (Milano)

K. Pavlowitch, Serbia. La storia al di là del nome, Trieste, Beit, 2010, pp. 351

Le vicende storiche della Serbia costituiscono un campo di ricerca particolarmente interessante per la comprensione delle dinamiche politiche e religiose dei Balcani per il ruolo assunto dalla Serbia fin dal Medioevo; si tratta di un tema sul quale si misura la difficoltà di una comprensione del passato che non sia puramente funzionale alla giustificazione delle stragi della fine del XX secolo che hanno insanguinato la regione, lasciando delle ferite tuttora aperte. La costruzione della pace passa, qui come altrove, anche attraverso una riconciliazione delle memorie, fondata sulla ricostruzione di cosa è realmente accaduto, senza omettere le pagine più dolorose della storia dei popoli balcanici. Da questo punto di vista il saggio di Stevan Pavlowitch, docente di Storia dei Balcani, all’Università di Southampton, si segnala per la chiarezza e il sufficiente distacco con il quale ripercorre le vicende storiche della Serbia, dopo aver dichiarato di non voler scrivere una storia della Serbia dal momento che non sarebbe in grado «di dare una definizione della Serbia che la descriva attraverso i secoli. Un’entità politica o territoriale che non ha mai avuto un’esistenza continuativa: le varie Serbie hanno preso forma e sono sparite di volta in volta, spostandosi nel corso del tempo.» L’autore sceglie di privilegiare le vicende degli ultimi due secoli, tanto che nel primo capitolo si dedica alle «serbie» che si sono susseguite dalle origini fino al XVIII secolo, tra principi, zar, patriarchi, turchi e austro-ungarici. I tre capitoli successivi trattano della storia della Serbia dall’inizio del XIX secolo fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale; è un periodo caratterizzato dalla nascita dello stato serbo e con il suo affermarsi come potenza della regione con una serie di rivendicazioni, appoggiate da un’abile azione di propaganda culturale, che portano alla creazione di un nuovo Stato, alla fine della Prima Guerra Mondiale, del quale la Serbia assume una posizione egemonica fino all’invasione italo-germanica, quando questo equilibrio viene distrutto. Il capitolo successivo è dedicato agli anni della frammentazione della Jugoslavia (1941-1945), quando la Serbia è sottoposta da una parte a una serie di attacchi persecutori tanto da sviluppare un forte sentimento nazionalista e dall’altra rimane forte l’idea della fedeltà alla Jugoslavia così come si era formata nel 1918. In questa situazione si afferma la figura di Tito, che regge le sorti della Jugoslavia fino alla sua morte nel 1980, con una serie di soluzioni di compromesso che non risolvono i problemi di integrazione tra le diverse tradizioni religiose, etniche e culturali della Jugoslavia, che viene sottoposta a un regime di polizia. I due capitoli seguenti cercano di comprendere le ragioni non solo della dissoluzione della Jugoslavia, ma anche del tunnel, gli anni bui, nei quali la Serbia si trova a vivere una volta iniziato il processo di autodeterminazione delle singole repubbliche. Nel volume una parte fondamentale è riservata al ruolo della Chiesa ortodossa serba, soprattutto negli anni della persecuzione, dal 1941 fino al 1980; nel 1990 l’elezione del patriarca Pavle è il tentativo di promuovere una riforma morale e teologica nella Chiesa per impedire lo scoppio del dramma della guerra civile. Il volume, che nella traduzione italiana è arricchito da una post-fazione di Antonio D’Alessandri, aiuta a comprendere la complessità della storia della Serbia, soprattutto negli ultimi due secoli, soffermandosi su alcuni passaggi fondamentali, come la seconda guerra mondiale e l’eredità di Tito.

Riccardo Burigana (Venezia)

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